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Soprattutto in giorni di desolante pandemia, è facile lasciarsi prendere dalla nostalgia del “tempo che fu”, ritenuto molto spesso assai meglio di questo desolante presente.

Diciamo allora che l’argomento in questo caso dell’immancabile “ti ricordi?” è la musica, o meglio, la musica dal vivo che in questa città ha notevoli tradizioni. Ma sarà il caso di guardare al passato come una sorta di lezione per il futuro, osservando cosa manca e cosa un tempo avevamo. Nulla è quindi da dare per scontato.

Rapido riavvolgimento del nastro: alla fine del decennio cinquanta del novecento a Siena imperversavano le orchestre che si esibivano nelle Società di Contrada e in circoli privati come i Riuniti e l’Accademia dei Rozzi. La trasformazione di questi gruppi musicali in complessi, più agili e dinamici come esecutori e più vicini ai nuovi gusti del pubblico, fu rapida e indolore, complice anche il nascente rock ‘n roll che arrivava impetuoso dall’America. Quando scoppiò da noi il fenomeno beat, a dire il vero un po’ in ritardo rispetto ai paesi anglosassoni, per esibirsi si poteva contare sulle stesse società di Contrada, sui cinema cittadini, dai trecento ai mille posti ciascuno, e su altri locali che offrivano spazi magari più piccoli ma degni di considerazione. E allora si comincia a fare sul serio: nascono decine e decine di gruppi, di solisti, per non parlare di tecnici del suono e di chi vendeva strumenti e apparecchiature. Negli anni settanta a questi spazi si aggiunse il nuovo palazzetto di viale Sclavo e poi il palasport, entrambi dall’acustica molto discutibile ma di sicura capienza per eventi maggiori. I grandi tour toccano anche Siena: da noi ci sono stati i Genesis, Van der Graaf Generator, America, Rockets, e una lunga serie di gruppi e cantautori italiani, da gli Area alla PFM, da De André a Dalla. Lista quasi interminabile.

La crisi comincia ad arrivare negli anni ottanta, in parte placata da nuovi locali come il laborioso Village Voice di Viale Toselli e discoteche come il Tendenza. È il tempo della New Wave italiana e così arrivano i Litfiba, Diaframma, Vasco Rossi e altre certezze del momento. Il resto è storia troppo vicina per essere raccontata e che ci spinge ad una considerazione piuttosto impietosa.

Ma come, ci viene da dire, una città che ha tirato su tante generazioni di musicisti, che ha scuole di altissima qualità, dalla Franci per la classica e il Siena Jazz per la musica di oggi, che è conosciuta in tutto il mondo per la Chigiana, quale crisi sta attraversando?
Diciamo che sta vivendo un’epoca dove i locali sono più rari e con vita piuttosto difficile. Da qui tutti gli altri problemi, anche generazionali, vengono a cascata.
I cinema sono chiusi o fortemente ridimensionati, locali nuovi sono sempre più rari, abbiamo perso negli anni d’oro la possibilità di avere un auditorium, che fra l’altro avrebbe risolto molti problemi artistici e di convegnistica, la convivenza fra abitanti e locali si è fatta sempre più difficile e non sono state create “franche” dove poter tenere la musica a volume più alto.

Rimedi? Sostanziali sono utopistici, ma alcuni correttivi possono essere fatti.
Sgravi fiscali per chi investe in locali acusticamente protetti, cambiare alcuni passi importanti del regolamento comunale sui pubblici spettacoli, ad esempio sul numero limitato di concerti a pagamento che implica tagliare le possibilità ai professionisti, investire in zone come la Fortezza dove si può iniziare un nuovo percorso artistico. E poi sostenere l’iniziativa privata: ad esempio agevolare chi potrebbe investire in spazi come il palazzetto di viale Sclavo (o strutture similari) rendendolo acusticamente e per confort accettabile, sostenere i giovani alla musica con iniziative mirate.

Una strada tutta da percorrere ma con la buona volontà si può spazzare via ogni inutile nostalgia del passato.

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