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Nella scorsa puntata ci eravamo lasciati con un elenco di spezie e alimenti che erano comuni nelle tavole senesi del Trecento. Ripartiremo adesso dalla frutta e dalla verdura allora conosciuta e consumata. Anche stavolta ci affideremo agli Statuti delle Gabelle di Siena e Montalcino del XIV secolo che, come saprete, indicizzavano tutte le merci in entrata ed uscita dalle città. Si trattava ovviamente di dazi al quale nemmeno gli alimenti sfuggivano, al pari di altri generi.

Naturalmente queste fonti elencano solo i beni di largo consumo e non vi è quasi mai traccia della loro filiera, quindi non sapremo mai con precisione se un prodotto sia di provenienza locale o meno, ma solo se era comunemente presente nelle nostre tavole.

Attingeremo notizie in merito anche da altre fonti senesi del medesimo periodo storico, per ampliare le conoscenze su quali tipi di frutta e verdura fossero di nostro consumo. 

Tra la frutta naturalmente, si faceva un largo uso di quella secca che spesso era utilizzata anche per i dolci. La parte del leone la facevano certamente le mandorle che nei secoli precedenti erano chiamate anche “amande”, ma che nel Trecento avevano già assunto il nome moderno. Queste venivano vendute a peso, un tanto “la soma” e potevano presentarsi come “mandorle rotte, con ghuscio e senza el ghuscio” (anno 1301-1303), oppure “Mandorlle schiacciate o sença il ghuscio” e “Mandorlle col ghusccio e mandorlle di stagione” (1389).

Poi c’erano le “nocielle” anche dette “nocciuole sença il guscio”, le noci, pure nella variante “noci seche” (secche) “le castagnie” o “chastagne”, “le uve pallotte o greche” e i “pinochi col ghuscio fuore de la pina” (pinoli).

Tra la frutta fresca invece la facevano da padrone le mele, che già in quel secolo erano di diverse qualità. Una di esse, diffusissima anche nelle nostre zone era la “mela cotognia” (mela cotogna), alla quale si attribuivano moltissime capacità terapeutiche, così del resto al suo fiore.

Già conosciuta a fine Trecento anche la “cotogniata” (marmellata di cotogne). Altri tipi di mele erano le mele salvatiche e quelle appie.  

C’erano poi le pere, i fichi e le ciliegie, chiamate al tempo “ceragie” o “saragie”, nome che si è mantenuto intatto nei secoli e che anche oggi si usa in quel di Siena. La saràgia infatti, compare ripetutamente anche nelle prediche in volgare di San Bernardino da Siena (1380 – 1444): “come ebbero desinato, ella recò queste saragie, e cominciaro a mangiare”. In una di queste prediche, la ventesima per l’esattezza, il medesimo Santo menziona pure una qualità di ciliegia che noi senesi conosciamo bene: la ciliegia marchiana. Eccola: “...e comincia a mangiare di queste saragie a manciate. Elleno erano belle e grosse; erano saragie marchiane. Infine ella ne fece una corpacciata

Sulla tavola senese non mancavano neppure aranci, ciedri (cedri), lomoni (limoni) e mele rancie. Di quest’ultime ci siamo occupati la scorsa puntata. Erano un agrume detto anche lomeo o lomia, proveniente dal sud Italia, e in Sicilia veniva chiamato lumìa. Si tratta di un frutto simile al limone, con buccia molto spessa e il cui succo serviva per condire le carni (di maiale, soprattutto fegatelli). Sui cedri occorre aggiungere che, tra le tante proprietà a questo frutto attribuite, c’era anche quella che le sue bucce essiccate non facessero tigniare i vestiti e quindi venivano messe negli armadi.

C’erano poi le pesche dette anche persiche e le sucine (susine). Il termine sucine al posto di susine è in uso corrente anche oggi nelle campagne senesi. E anche qui ci sovvengono le prediche in volgare di San Bernardino: “..così delle sùcine: al frutto suo. Così dico d’ogni arboro.”

Sulle tavole senesi non mancavano neppure le albicocche dette anche armeniache, ma che in toscano erano chiamate bericoche o bacoche ed in senese moniache.

A tal proposito l’erudito senese Andrea Matthioli scrisse intorno al 1546: “l’Armeniache lequali scrive Dioscoride chiamarsi dai latini Precoci, si domandano dai greci bericoche, delle quali anchora, che alquanto sia corrotto il vocabolo, n’è rimasta memoria in Toscana appresso a i Sanesi imperochè Bacoche, Moniache le chiamano”.

Diffusi anche i melloni, cocomori (cocomeri), poponi e poponelle.

Strano avere contemporaneamente due frutti, poponi e meloni, che per noi sono la stessa cosa, ma forse in quei secoli erano due cose diverse.

Infine, troviamo spesso l’uva fresca e un po’ inconsuetamente “i dattari” (datteri).

Adesso passiamo alla verdura che, da sempre, veniva consumata fresca di stagione.

Sulle tavole senesi non mancavano agli, cipolle, scalogne o scalogni, porri, chavolo (cavolo), insalata foglia, betta (un secolo dopo la stessa prenderà il nome di bietola), rapucci, charote, ciedruoli (cetrioli), asparagi e zucche (çucche).

Un’ultima curiosità sulle zucche ci propone le “çucche seche da tenere vino”. Si tratta dell’usanza di svuotare le zucche e farle seccare per poi utilizzarle come contenitori di liquidi. Sappiamo che alcune tipologie ben si prestavano a questo scopo ed erano utilizzate anche per trasportare l’acqua. Dubitiamo però che il vino, se non consumato in brevissimo tempo, abbia mantenuto dentro una zucca un sapore prelibato.

 

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