Una leggenda tutta senese narra che un semplice “ciabattino” sarebbe stato il fondatore di uno degli ospedali più antichi del mondo: il Santa Maria della Scala.

Accadde che, Intorno ai primi decenni del quattrocento, tra le gerarchie che guidavano il grande xenodochio, ma anche nel governo di Siena, era nata l’esigenza di inventarsi di sana pianta la storia di un personaggio, mai esistito realmente, ma la cui figura poteva svolgere una funzione sociale di abbonimento della popolazione.

Fu così inventato il “Sorore”, con una operazione di marketing che nulla aveva da invidiare alle moderne tecniche commerciali e che calmierò con la fede e lo stupore l’esigenza dei ceti più svantaggiati di sentirsi più partecipi alla vita politica, religiosa e decisionale della città. 

Partiamo adesso da ciò che è rimasto impresso nell’immaginario collettivo dei senesi e da quanto le rappresentazioni pittoriche e le scritture hanno volutamente influito e corrotto la memoria di una città intera. Secondo la leggenda, l’ospedale di Santa Maria della Scala fu fondato da un povero ciabattino di nome Sorore che, addirittura nel IX secolo, cominciò ad operare e dispensare carità nella sua piccola bottega davanti al Duomo. Grazie alla stima che aveva acquisito tra i suoi concittadini si creò intorno a lui un nucleo di volenterosi che poi diedero vita al grande ospedale senese. Secondo le fonti cinquecentesche si conoscerebbe anche la data della sua presunta morte, che risalirebbe addirittura all’anno 898.

In realtà, il documento più antico che ci parla dell’Ospedale di Siena (detto inizialmente di Santa Maria), risale al marzo del 1090, anche se la sua fondazione risulta precedente. Era in quell’anno amministrato dai Canonici del Duomo e solo successivamente riuscì ad affrancarsi dal clero acquisendo una laica dipendenza.

Tra il 1200 e l’inizio del 1300, il Santa Maria subì una duplice pressione esercitata in primis dal Vescovo di Siena (per le “presunte decime” a lui non versate) e poi dal Comune che ne voleva assumere il controllo gestionale.

Nonostante grandissimi problemi di dissesto, che portarono alla stesura dello Statuto del 1318 ed all’apposizione dello stemma della balzana sulla facciata voluto dal Comune, l’ospedale riuscì tuttavia a mantenersi in piedi districandosi e dimenandosi in un difficilissimo equilibrio.

Fino al 1441 nessun documento scritto e nessuna immagine parlano del “Beato Sorore”. La prima notizia è infatti legata ad un affresco di Lorenzo di Pietro (detto il Vecchietta), realizzato nel Pellegrinaio del Santa Maria della Scala su commissione del Rettore Giovanni di Francesco Buzzichelli, in carica dal 1434 al settembre del 1444, anno della sua morte. Fu proprio il Buzzichelli a voler raffigurare per primo la “Storia di Sorore” e probabilmente ad ideare un personaggio che potesse incarnare al meglio la laicità dell’Ente.

Così cominciò la “costruzione” della nostra leggenda per fini squisitamente “politici”. Al pennello del Vecchietta venne affidato il compito di rappresentare il sogno rivelatore della madre di Sorore che aveva avuto una premonizione prima del parto ed aveva visto il “futuro” del figlio (ancora non venuto alla luce).

Ma il Rettore Buzzichelli non si limitò a commissionare solo questo affresco, bensì pensò di ridipingere l’intero Pellegrinaio con opere di costosa e rilevante importanza, pubblicizzando i compiti svolti dal suo ente (carità, investimenti, elemosine, cura degli ammalati, assistenza degli orfani) e nello stesso tempo ribadendo la laicità del suo Ente, intesa come autonomia nei confronti della Chiesa e del Comune. In questo contesto si inserì anche il bisogno di creare il mito di una “fondazione laica” e quindi il Sorore diventò un mezzo di emancipazione e di riscatto per l’Ospedale, ma anche di “sentita vicinanza” con la popolazione senese provenendo da un ceto povero. Nacque così il cosiddetto “Ciclo del Pellegrinaio” e cioè quella serie di affreschi dipinti nell’ospedale (tra cui quello citato del Vecchietta), che vide in Domenico di Bartolo Ghezzi, il maggiore “dipendente” agli ordini del Buzzichelli dal 1440 al 1444. Anche a lui venne commissionato di dipingere il Beato Sorore in quella che poi divenne famosa come la “Madonna del Manto” (terminata nel 1444), perché eseguita nella omonima cappella (in origine, come emerge dai pagamenti, l’opera si chiamava “nostra Donna di Misericordia”). Ai lati di questa vergine protettrice della città di Siena, oltre al Sorore, compaiono anche i ritratti del Rettore e di sua moglie intenti a pregare. L’anno dopo, sempre il Vecchietta, ritrarrà di nuovo il Sorore nella famosa Arliquiera, che fu collocata nella medesima cappella, mentre risale al 1461 il “beato” impresso nella cornice della Madonna della Misericordia in Palazzo Pubblico.

Ormai la divulgazione iconografica era stata lanciata, ma le fonti scritte?

Secondo il preziosissimo contributo del professor Michele Pellegrini (26/11/2010 in “Atti della giornata di studi Attorno alla leggenda di Sorore: invenzione della memoria e uso della storia nell’ospedale di Santa Maria della Scala”): “Quel nome, sulla scelta del quale ci si è più volte interrogati, fa infatti la sua prima apparizione nelle fonti scritte contestualmente alla realizzazione da parte del Vecchietta della prima rappresentazione iconografica del personaggio, cioè la prima scena affrescata sul lato sinistro del pellegrinaio (primo nella cronologia dell’esecuzione oltre che nella collocazione fisica e nella successione logica delle scene). Quella che potremmo dire la ‘fede di battesimo’ di Sorore, cioè la prima attestazione positiva del suo nome nelle fonti scritte ancora conservate, la rintracciamo perciò, ad oggi, proprio nella nota di paga-mento di quell’affresco contenuta, alla data del 30 novembre 1441, nel “libro Rosso del dare e avere, segnato “N” che raccoglie la contabilità ospedaliera di quei decenni”. Ed ancora: “Risale al 1477 la prima menzione del nome di Sorore in uno scritto di natura non documentaria ma letteraria: l’autore è prestigioso ed il registro è elevato, trattandosi dell’orazione funebre pronunciata dal cancelliere della repubblica, Agostino Dati in lode del rettore Niccolò Ricoveri; ma la menzione di Sorore è in quel testo del tutto incidentale, e nulla aggiunge all’ancor vago profilo biografico del personaggio”.

Dalla cronaca di Allegretto Allegretti sappiamo che nel maggio del 1492 venne ritrovato nella chiesa dell’ospedale un cadavere quasi incorrotto, ma nessuno ipotizzava, anche allora, che si potesse trattare minimamente del Beato Sorore. Fu solo qualche anno dopo, durante i lavori effettuati per la decorazione della cappella del Manto (1513-1515) che si decise di associare a quel cadavere, la memoria fisica del fondatore e di metterlo in mostra proprio sotto l’altare della Madonna del Manto.

Nel 1575, nell’occasione della visita pastorale del Bossio al Santa Maria della Scala si trova la descrizione di questo altare che ospitava e permetteva di vedere “corpus, ut asserunt, beati Sororis”. La leggenda del Beato Sorore non aveva ancora tuttavia raggiunto la diffusione voluta, quindi era il momento di dare una ulteriore spinta a ciò che era già presente (iconograficamente) nell’immaginario collettivo. Così nel 1585 venne dato alle stampe il libro del “molto reverendo” fra Gregorio Lombardelli: “La vita del beato Sorore da Siena, fondator del grande ospitale di Santa Maria della Scala in detta sua patria”.

Una ricostruzione dettagliata della vita del fondatore (stavolta per iscritto), in cui lo scrittore giustificava, incastrava gli elementi e colmava ogni lacuna sulla figura storica del Sorore, naturalmente senza prove concrete, ma appoggiandosi ad elementi familiari e riconoscibili. Citando ancora Michele Pellegrini: “Il trattamento che Lombardelli riserva alla leggenda di Sorore non è diverso da quello applicato a centinaia di altre figure reali o fittizie del passato cittadino, pur essendo forse, il lavoro in cui più scoperta è la disinvoltura con cui l’autore costruisce da sé le proprie fonti. Caso esemplare, dunque, di un impegno agiografico che, promovendo quella che è stata definita una “beatificazione di massa” del ceto nobile senese e dell’intero corpo politico cittadino risponde, a cavallo tra Cinque e Seicento, a precisi obbiettivi politici, oltre ché pastorali”.

Ormai il Sorore era per tutti ufficialmente il “fondatore” dell’ospedale ed anche due celebri fonti iconografiche come la pianta del Vanni (1597) ed il dipinto “il pantheon senese” di Ventura Salimbeni (1611) lo consacrano. Nel sei e settecento poi, una voluta strategia culturale e pastorale tesa a ricattolicizzare gli ambienti popolari di Siena, cercò di rinforzare la leggenda del Beato Sorore che entrò di diritto nelle guide, nei “ragguagli” e nei testi relativi alle cose della nostra città come la “Siena ricercata et esaminata” di Curzio Sergardi o la nuova agiografia del 1668 di Marsilio Mariani. Anche lo scrittore ufficiale del Santa Maria della Scala del diciassettesimo secolo, Girolamo Macchi, morto nel 1734, fu convinto devoto del Beato Sorore e divulgatore erudito di quella leggenda.

La questione del personaggio-mito, cominciò ad incrinarsi per la prima volta solo a metà del Settecento quando il Pecci sollevò le prime perplessità sul toponimo “Sorore”, effettivamente inconsueto, presagendo una natura “artificiosa”. Un altro illustre studioso (il Banchi), che fu costretto a diffondere la notizia del rinvenimento del corpo incorrotto trasmessa dalla cronaca dell’Allegretti, insinuò che il nome fosse stato adottato per aver voluto individuare il corpo del fondatore in quello contenuto “in un’urna sepolcrale con le parole B. Soror

Vorrei aggiungere qualcosa di personale sulla possibilità dell’esistenza di una scritta sepolcrale con la parola “Soror” o “Sorore” che avrebbe confermato “erroneamente” il ritrovamento del cadavere del nostro fondatore. Questa iscrizione, potrebbe essere stata effettivamente rinvenuta in quanto appartenuta ad una “infermiera” del XII/XIII° secolo sepolta nel nostro ospedale.

Anche anticamente infatti, lavoravano al Santa Maria le cosiddette “donne ospedaliere” che operavano nei reparti femminili e poi (successivamente) con i bambini “gittatelli” affiancando le Balìe. Queste donne, specie quelle appartenenti agli Ordini monastico-equestri, erano spesso chiamate “Sorores”. Numerosi atti infatti citano le “donne ospedaliere” come “sorores”, in particolare quelle appartenenti all’ Ordine di Altopascio o del “Tau”, nato nell’omonima cittadina lucchese e propagatosi in tutta la penisola (ed oltre) già alla fine del XII secolo e presente anche nella nostra città. A Siena le sorores altopascine gestirono ben due piccoli ospizi sulla Francigena, uno vicino a Piazza Paparoni (Via di Camollia) ed uno fuori Porta Romana vicino a San Mamiliano. Non è da escludere la loro presenza anche nell’ospedale più grande della città.

 

 

 

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