Con questo piccolo approfondimento vorrei far conoscere alcune cose che legano da secoli la città di Siena a quella della lontana Galizia, dove da mille anni si venera San Giacomo il Maggiore.

Il culto “jacopeo” si diffuse in tutta Europa alla fine del dodicesimo secolo ed anche Siena ne fu fortemente coinvolta. Un grande impulso ovviamente fu dato dalla “via francigena” detta in precedenza “via Romea”, che svolse un notevole ruolo nella diffusione del sapere e della cultura a tutto tondo e che vedeva nella nostra città una delle tappe fondamentali.

Siena infatti, proprio grazie a queste autostrade della fede, intercettava molti dei flussi di pellegrini che si recavano dal nord a Roma (romei). Alcuni di questi addirittura proseguivano per l’Italia meridionale (palmieri), pronti alla traversata marittima verso la Terra Santa e Gerusalemme. Ma da Siena passavano anche coloro che dal sud della nostra penisola e da Roma si recavano alla tomba di San Giacomo Maggiore (Santjago appunto) a Compostela.

È abbastanza deducibile quindi che il culto di San Giacomo pervadesse anche i senesi ed infatti furono migliaia i devoti di questo santo che andarono in pellegrinaggio in Galizia nell’arco della loro vita o, che ambirono con tutte le forze a farlo.

Un chiaro esempio di quanto ho scritto sopra ci sovviene dal contenuto di una pergamena del 1240 giacente nel nostro Archivio di Stato e nella quale tale Uberto, speziale senese, nel fare il suo testamento si premurò oltre che di elemosinare spedali, monasteri e chiese, anche di lasciare un’ingente somma a chi fosse andato in sua vece “alla casa del beato Giacomo da Gallizia”.

Dello stesso tenore anche un altro documento meno conosciuto, proveniente dalla nostra Biblioteca Comunale e risalente al 1383, nel quale tale “Giovanni di Ghino Guidi di Siena”, scrivendo di suo pugno e in volgare il proprio testamento, volle che a sue spese, una volta defunto, si mandasse “una persona in pellegrinaggio a San Giacomo di Galizia”.

Fu agli inizi del XIV secolo che i pellegrinaggi in Galizia cominciarono a diventare un fenomeno di massa, sia perché Gerusalemme era ormai difficilmente raggiungibile (era tornata definitivamente sotto il dominio musulmano), sia perché la chiesa romana ed i suoi papi avevano intrapreso una forte “sponsorizzazione” del culto jacopeo, paragonabile alle più moderne campagne di marketing.

Un ruolo fondamentale per la diffusione di questo culto lo svolse la divulgazione del cosiddetto “Codex Calixtinus”, conosciuto anche con il nome di Liber Sancti Jacobi (“Libro di San Giacomo”) e falsamente attribuito a Papa Callisto II (1060 circa – 1124).

Esso è in pratica la sintesi del corpus dottrinario, ideologico e liturgico su cui si fondò il culto dell’apostolo. Un culto assai importante e di forte rilevanza politica, considerando che il corpo dell’apostolo Giacomo era l’unico a non essere deposto a Roma, e che per questo Compostela era stata promossa nel 1121 a sede arcivescovile.

Il Santo tra l’altro ebbe poi un ulteriore compito mediatico nella guerra per la “reconquista” da parte dei cristiani di quella parte della penisola iberica caduta sotto la scure musulmana. Fu allora che ebbe l’appellativo di “Santiago matamoros” (ammazza mori, cioè gli infedeli), anche se la leggendaria vicenda risalirebbe alla battaglia di Clavijo che si sarebbe svolta nel lontanissimo 844.

Secondo tale credenza, durante lo scontro armato tra i cristiani (guidati da Ramiro I re delle Asturie) e i musulmani, San Giacomo Maggiore sarebbe apparso su di un cavallo bianco ed avrebbe partecipato alla battaglia contro gli infedeli facendo vincere i primi.

A partire dal XV secolo l’iconografia che rappresenta questo evento si moltiplica esponenzialmente ed anche a Siena, nella chiesa di Santo Spirito, ne abbiamo un chiaro esempio.

Si tratta di un affresco che si trova nella cosiddetta “Cappella degli Spagnoli”, la prima a destra entrando, e fu realizzato nel 1530 dal Sodoma (Giovanni Antonio Bazzi).

 

Ma non solo Siena racconta molto di Santiago di Compostela.

Il miracolo dell’impiccato a Cuna

Nel secondo dei cinque libri di Compostela che componevano il già citato Codex Calixtinus, quello titolato “De miraculis sancti Iacobi”, fece breccia tra le masse di fedeli, narrando i ventidue miracoli compiuti dall’apostolo Giacomo il Maggiore e sollecitando la devozione popolare.

Tra questi, se dovessimo stilare una classifica, quello più famoso è il “miracolo dell’impiccato”, conosciuto anche come il “miracolo del gallo e della gallina”, avvenuto, secondo alcune fonti, nella località di Santo Domingo de la Calzada. Esso trova un posto preminente nell’iconografia di molte chiese italiane (generalmente sotto forma di affresco) e viene rappresentato, pur con alcune varianti, nello stesso modo.

La storia è la seguente: verso l’anno mille, padre, madre e figlio partirono in pellegrinaggio dalla Germania per recarsi a Santiago de Compostela. Si fermarono a dormire in una locanda e la figlia dell’oste si invaghì del giovane che però, rifiutò le avances della bella fanciulla. La giovane indispettita nascose una “coppa” d’argento nella borsa del giovane e al mattino seguente fece intervenire le guardie che, trovando la refurtiva, condannarono a morte il malcapitato e subito lo impiccarono. Padre e madre continuarono il loro viaggio a Compostela e dopo trentasei giorni tornarono per dare sepoltura al figlio che miracolosamente era ancora vivo. Fu lui stesso a dirgli che San Giacomo gli teneva sollevati i piedi in modo che la corda non stringesse. I genitori si recarono immediatamente dal giudice a raccontare il miracolo e chiedere che venisse staccato dalla forca, ma il notabile, che stava cenando con una gallina ed un pollo arrosto rispose che erano dei bugiardi ed aggiunse: “vostro figlio è vivo come lo sono queste bestie arrosto!”. Fu a quel punto che il gallo e la gallina che erano nel vassoio si ricoprirono di piume e volarono via.

Ci sono alcune varianti del miracolo come ad esempio quella che racconta di due soli pellegrini (padre e figlio) e che fu l’oste a mettere la brocca nella sacca del giovane. Secondo questa versione, dopo il volo del gallo e della gallina l’oste fu impiccato al posto del ragazzo.

Sembra che nell’immaginario collettivo, questo racconto fosse nel XV secolo talmente conosciuto e diffuso che lo troviamo dipinto in molte chiese dedicate a San Giacomo. In Italia ad esempio, il miracolo dell’impiccato viene rappresentato spesso in due o più scene, in predelle sotto l’immagine del santo o, meno spesso, in un unico affresco.

Nella chiesa di Cuna (Monteroni d’Arbia – Siena) ad esempio, titolata ai santi Giacomo e Cristoforo, abbiamo un affresco di San Giacomo sotto al quale il miracolo è dipinto in due predelle (Figura). Nei particolari di San Giacomo possiamo notare il classico bastone del pellegrino (bordone), la scarsella con il simbolo della “conchiglia” ed il cappello tipico.

Il pittore di tale opera fu Pietro di Ruffolo e siamo intorno agli anni venti del 1400. Allo stesso artista sono attribuiti alcuni dipinti nell’Eremo di S. Salvatore a Lecceto (Sovicille), un San Sebastiano nel Museo Corboli di Asciano e alcuni affreschi nella chiesa di Tocchi (Monticiano).

La committenza fu senza dubbio dell’Ospedale Santa Maria della Scala di Siena che, agli inizi del trecento, aveva acquisito sia la chiesa che quasi tutto il borgo di Cuna e nel 1314 aveva iniziato a costruire la Grancia e a restaurare lo stesso edificio di culto.

Anche Cuna come Siena, ricordiamolo, era attraversata dalla via Francigena che costituiva dunque, a tutti gli effetti, la strada per Santiago de Compostela dove si andava, si tornava e si raccontava.

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