Archivio di Stato di Siena, Collezione delle tavolette di Biccherna, n. 57, Giorgio di Giovanni,   I senesi demoliscono la fortezza fatta costruire dagli spagnoli, 1552

Archivio di Stato di Siena, Collezione delle tavolette di Biccherna (Gabella), n. 58, Giorgio di Giovanni,   I senesi demoliscono la fortezza fatta costruire dagli spagnoli, 1552

 

Sia la Biccherna, sia la Gabella del Comune di Siena hanno dedicato nel 1552, pressoché in contemporanea,  una tavola dipinta alla distruzione della fortezza spagnola o imperiale che dire si voglia. Entrambe le opere, realizzate nel secondo semestre di quell’anno, secondo la modalità iconografica delle copertine dei registri contabili (soggetto, stemmi e iscrizione), costituiscono la partecipata  cronaca figurata di tale operazione, fissata in  due momenti di poco successivi: l’inizio della demolizione con l’assalto alle muraglia ancora integre della fortezza da parte  della popolazione, armata di pale e picconi e   presa da furia distruttrice (tavola della Gabella) e  il completamento  del  “guasto” con le muraglia abbattute  (tavola della Biccherna). Il tutto sotto l’egida della Madonna protettrice della città, rappresentata in entrambe le opere con il Bambino in collo.   

Per meglio comprendere il soggetto, bisogna tornare indietro di qualche anno negli eventi storici senesi. Nel 1548, in un momento di rinnovato stato di tensione tra Francia e Impero, Carlo V aveva inviato a Siena come suo rappresentante e plenipotenziario Don Diego Hurtado de Mendoza, il quale si era fortemente intromesso nella politica cittadina, manovrando fra i Monti  rivali. Don Diego  nel novembre 1550 aveva imposto ai senesi la costruzione sul poggio di San Prospero di una fortezza, da cui  intendeva meglio controllare la città da lui ritenuta troppo riottosa; fra l’altro quella fortezza, grande e moderna, avrebbe fornito agli imperiali una posizione strategica nell’Italia centrale. Nonostante le tante proteste e istanze prodotte dagli ambasciatori senesi, l’imperatore Carlo V aveva approvato e sostenuto il progetto del Mendoza, tanto che nella primavera del 1552 la “cittadella” era quasi del tutto terminata, anche con prestazioni forzate dei senesi. In città la situazione era però sempre più critica e ostile agli spagnoli; in questo clima il mistico e profeta Bartolomeo Carosi, meglio noto come Brandano o Il Pazzo di Cristo, fu protagonista di accese e plateali proteste contro la costruzione della fortezza, culminate in un tentativo fallito di lanciare due grosse pietre contro lo  stesso don Diego. Brandano però sbagliò bersaglio e colpì un soldato spagnolo che portava un mantello rosso come il plenipotenziario;  subito imprigionato, il 20 giugno fu esiliato in Maremma. Poche settimane dopo,  la ripresa delle ostilità in campo internazionale fra imperiali e francesi dette ai senesi il coraggio di ribellarsi. Così un gruppo di congiurati del Monte del Popolo - questo Monte era stato allontanato dal Mendoza dal governo a favore dei Noveschi filo spagnoli -  entrava in Siena da Porta Tufi all’alba del 28 luglio; i Popolari, capeggiati da Enea Piccolomini e sostenuti dai plebei  più umili, affamati da tasse e carestie, combattendo di strada in strada costrinsero gli spagnoli ad asserragliarsi nella fortezza. Il 4 agosto,  con il sostegno anche di un contingente di  francesi, i senesi dettero l’assalto alla cittadella, da cui dopo alcune  trattative uscivano le truppe spagnole abbandonando la città. I francesi, che avevano occupato a loro volta la fortezza, la consegnavano subito ai senesi con il diritto di abbatterla, cosa che fu immediatamente attuata a “furor di popolo”.  Nel loro entusiasmo i ‘nostri avi’ ritenevano di avere risolto, con la cacciata degli spagnoli e il ritorno alle libertà repubblicane,  ogni problema… Invece Don Diego si era ritirato ad Orbetello e minacciava vendetta, il duca Cosimo I tramava per espandere il proprio dominio, i francesi intendevano adoperare Siena per assicurarsi una postazione nella guerra contro l’Impero, e (soprattutto) i senesi erano incapaci di trovare una formula stabile di governo interno, anche perché riprendevano le rovinose lotte fra i Monti… Intanto, dopo la distruzione fatta in odio agli oppressori e in nome della libertà, i “Quattro sopra il guasto della cittadella”, seguendo il consiglio dei francesi, nella consapevolezza dei pericoli che Siena stava per correre,  ritennero utile ristrutturare la “cittadella”, che nel 1553, a guerra ormai iniziata,  era operativa almeno nei fronti rivolti verso la campagna, assicurando un’efficace protezione grazie al fuoco di sbarramento delle batterie lì posizionate. La città  sarà infatti conquistata, dopo un duro assedio, “per fame e non per ferro”. La fortezza, già imperiale e poi senese, sarà di nuovo distrutta dai conquistatori; un altro baluardo verrà costruito pochi anni dopo nelle vicinanze da Cosimo I de’ Medici, intenzionato a controllare così la città di cui era divenuto signore. E’ quella fortezza che, smilitarizzata dal granduca Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, è  ancora oggi  meta delle passeggiate dei senesi.     

Per il tema dell’immagine di Siena, in particolare per gli edifici che oggi non sono più esistenti, le due “biccherne” sono quindi estremamente interessanti: Giorgio di Giovanni (su di lui notizie dal 1538 al 1559), pittore abbastanza modesto ma valente architetto, ha infatti  raffigurato le strutture della grande e aggiornata fortezza imperiale, con tutto il suo notevole potenziale bellico, sia difensivo che offensivo, grazie al  sistema “a tenaglia” realizzato con terrapieni bastionati e rinforzati da puntoni, documentando  anche lo stato della  sezione di alte mura  con lo “sportello” di San Prospero, anch’esso non più esistente. La fortezza imperiale era situata nella zona dove oggi sorge il Tribunale.

Nella tavola della Biccherna  gli stemmi raffigurati appartengono (da sinistra a destra) ai provveditori del primo semestre 1552 Biagio Turchi, Adriano Simoni, Alfonso Nini,  Antonio Cecchini, al camarlengo per tutto quell’anno Bartolomeo Benassai (stemma al centro, leggermente più grande), ai provveditori del secondo semestre  Guido  Bandinelli, Niccolò Gori, Francesco Cerini e Camillo Pecci; in basso a sinistra lo stemma dello scrittore, a destra lo stemma del notaio, un Petroni.   L’iscrizione, oltre a riportare i nominativi degli ufficiali della Biccherna, fa riferimento alla costruzione avvenuta contro la libertà dei senesi, alla protezione di Maria che aveva alzato a difesa dei senesi una croce bianca (raffigurata nel dipinto), all’uscita degli spagnoli da Siena il 5 agosto 1552.

Nella tavola della Gabella gli stemmi appartengono a Niccolò Martini, Lattanzio Buonsignori, Alessandro Corti, Agostino Borghesi, esecutori nel primo semestre 1552,  al camarlengo Foresio Foresi (che esercitava tale carica da ben sei anni), ad Alberto Ottaviani (Taviani), Marcello Piccolomini, Sigismondo Buonsignori, Antonio della Ciaia, esecutori nel secondo semestre. L’iscrizione fa riferimento solo all’ufficio e ai nominativi degli ufficiali.

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