Viviamo ancora in sospeso, come i trapezisti, come gli equilibristi. Fra le certezze (si fa per dire) che avevamo a febbraio e che comunque costituivano pilastri della nostra quotidianità e le tante, troppe che non abbiamo oggi. Lo dico a livello personale, ma ho come l’impressione, in qualche modo confermata durante le mie “passeggiate” in città, che questo siano un sentimento condiviso: lo si percepisce nelle chiacchiere con il senese di turno, nei discorsi “ciancicati” sotto le mascherine.

Domande, dubbi, punti interrogativi su cosa accadrà e su come si potrà andare avanti. Non è paura di reinventarsi e riadattarsi (personalmente l’ho fatto diverse volte, ahimè); è più l’incapacità di non riuscire a capire cosa possa mai riservare il futuro. Dovrà andrà la città, come e quando. E verso quale normalità.

Su alcuni aspetti difficilmente si tornerà indietro. E forse questo ci renderà migliori. Mi immagino, tra l'altro, che sia complicato pensare a una sanità come quella che, sbagliando, avevamo prima: l’ospedale Santa Maria alle Scotte, per fare solo un esempio, non potrà più essere il gran bazar che frequentavamo prima, ma un luogo più asettico, rispettoso, per certi versi anche meno accessibile. Più lontano, per certi versi, dalla città e non in continuità con essa, pur essendone una componente fondamentale, come ben abbiamo compreso durante questa “zona rossa”.

Su altri, invece, la speranza è che si possa tornare indietro. Per tornare ad essere migliori. Sulla socialità, ad esempio. Quello che ci viene in mente, soprattutto in questi giorni in cui è stato ratificato l’annullamento delle Carriere, è come pensare di non vivere alcuni momenti della nostra quotidianità contradaiola senza abbracci e senza quei contatti umani che adesso aneliamo.

Però, anche qui, certezze non ne abbiamo: i segnali su un vaccino sono per il 2021, quelli su un farmaco antivirale (forse, bisognerà incrociare le dita) per fine anno. Su questa incertezza, però, se ne inserisce anche un’altra. Cosa fare in questo periodo? Perché da una parte ci indicano di tornare (quasi) alla vita di prima, per una legittima ripresa economica; dall’altra ci invitano comunque a rispettare distanze, mascherine e gel; da una parte si aggiunge di fare attenzione per eventuali nuovo focolai; dall’altra si ipotizzano viaggi e spostamenti come se nulla fosse accaduto (o quasi).

Siamo diventati tutti trapezisti. Senza però l’esperienza circense. Ansia e incertezze sono sentimenti difficili da gestire. Viviamo in questa eterna sospensione: per carità, di certo nella vita c’è poco o niente, ma questo continuo aggrapparsi al minuto successivo, al giorno seguente, è logorante e, personalmente, molto complicato.

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