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Questa è l’ultima “veglia” dell’anno tremendo. Lo sappiamo benissimo che la drammaticità di una contingenza non dipende da sciocche superstizioni, quale è quella dell’anno bisestile; lo sappiamo perfettamente che quel che ci stiamo per chiudere alle spalle non terminerà per magia alla mezzanotte del 31 dicembre e che quanto è successo nel ’20 avrà il suo sgradevole seguito nel ’21. E tuttavia, non possiamo fare a meno, in modo del tutto irrazionale, di sognare che il 1° gennaio 2021 sfolgorerà il sole e che la fine dell’incubo sarà lì pronta a portata di mano.

Non sarà così, ma sognare, a volte, aiuta a resistere.

Abbiamo affrontato prove che ci hanno cambiato il modo di rapportarci alla vita (un antropologico rito di passaggio? forse sì): non avevamo mai fatto i conti, prima, con la sensazione impotente di isolamento. Chiusi in casa, ci siamo inventati, nel primo lockdown, una sociabilità disperatamente speranzosa, affacciandoci a cantare, esibendo i segni della nostra identità, riscoprendo il piacere di un gesto e di un sorriso con chi, magari, fino al giorno prima avevamo giusto salutato perché siamo persone educate, ma niente più di questo (perché siamo persone sprecone).

Sì, lo so bene che in questa seconda fase dell’isolamento quello spirito si è affievolito perché stanno prevalendo la rabbia e la frustrazione, ma è impossibile che di esso non sia rimasto niente. Magari, carsicamente, riaffiorerà: ora non sgomentiamoci se non riusciamo a ritrovarlo. Abbiamo fiducia che un segno l’abbia lasciato e che, magari, in altro contesto, in altro momento, esso riscappi fuori, e con il suo riconoscibile imprinting creato in queste drammatiche circostanze.

Abbiamo capito quanto ci mancano cose che davamo per scontate o che, addirittura, ci provocavano un moto di fastidio. Abbiamo scoperto che la “normalità” ha bisogno anche dello scontato e del fastidioso.

E abbiamo capito quanto ci manca l’espressione della nostra identità. La cancellazione della cifra “Contrada-Palio” è stata devastante. Ci è mancata una cosa che, per le generazioni nate dopo la guerra, era impensabile: la sospensione del Palio e soprattutto della vita associata della Contrada. E, a ben guardare, la seconda cosa ha pesato più della prima. Si può resistere (male) senza la terra in Piazza e senza un cavallo per cui trepidare, ma è stato annichilente prendere atto dell’azzeramento del momento collettivo (che prescinde, almeno in parte, dal Palio stesso) della vita di Contrada, intesa come scambio e comunicazione di sensazioni, come condivisione di speranze e delusioni, gioie e amarezze, come avvertito, denso, senso di solidarietà.

Abbiamo cercato di tenerlo vivo in ogni modo e, certo, spento non lo si è affatto. Ma abbiamo l’impressione che questo senso identitario e comunitario, al momento, abbia nella vena del braccio l’ago della cannula con la soluzione medica che lo aiuta a sopravvivere. Bisogna aspettare. Bisogna aver pazienza. Chi ci sarà quando tutto sarà finito ne parlerà come si fa delle pagine della Storia che abbiamo alle spalle: una contingenza orribile, con lutti, dolore, angosce e solitudini. Ma una pagina di Storia. E la Storia (per fortuna) appartiene sempre al passato.

Abbiamo resistito in ogni modo: perfino in modi che, visti da fuori, possono far sorridere, ma ridicoli, invece, non sono. In quel rito che non conoscevamo – quello della fila per entrare in un luogo, corredata sempre dalla domanda “chi è l’ultimo?” come si fa davanti all’ambulatorio di un medico – abbiamo scoperto che talvolta c’era, nascosto, il gusto di parlare con il vicino, davanti o dietro di te, che nemmeno conoscevi. Magari parlando di cose leggere; magari condividendo un’imprecazione contro il Covid. O magari intavolando discorsi seri. A me è capitato, una mattina, in fila, di cominciare a parlare, con un signore che non avevo mai conosciuto prima, di storia della nostra città, di documenti d’archivio, di patrimonio artistico e, più in generale, culturale da valorizzare e difendere. Confesso che, quando è toccato a me entrare nel negozio, mi è perfino un po’ dispiaciuto. Avevamo involontariamente dato luogo ad una “veglia” improvvisata, in mezzo alla strada e, in un certo senso,  addirittura nel rispetto dei canoni della veglia folklorica (quelli illustrati magistralmente da Alessandro Falassi nel suo “Folklore by the Fireside”) scavando dentro la memoria condivisa, la tradizione (che è inventata, ma c’è), il senso di identità. Nello specifico: la condivisione di un amore per una città e la sua vicenda culturale che coinvolge (coscienti o no) tutti quelli che, di una comunità, fanno parte.

Tutto questo non può essere destinato a perdersi come lacrime nella pioggia.

Siamo arrivati all’ultima veglia, miei affezionati dieci lettori: che, davvero, il peggio sia alle nostre spalle e che l’anno nuovo sia per tutti voi pieno di speranza. Che arrivi presto il giorno in cui si possa dire “Ti ricordi di quando…?”. Auguri di cuore.

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