"NOI - frammenti di siena", la nostra rivista cartacea con personaggi, storie e approfondimenti della nostra città, è in edicola.

#noiconvoi

 

Attenzione! Premessa lunghetta ad un articolo anch’esso un po’ lungo. Astenersi frettolosi e grazie lo stesso! Vàmos!

In tempi di pandemia ogni conferenza, presentazione di libro, evento culturale e cose del genere, come ben sappiamo, è, di necessità, trasferita in modalità “da remoto” (o “da distanza”, se quest’ultimo termine vi inquieta un po’ meno). Così capita che quando, saltata una volta e saltata la seconda occasione di parlare del libro del sottoscritto “Il Palio di Siena. Una festa italiana” (edizioni Laterza) di persona a Faenza, un rione di quella città, il Rione Rosso, per la precisione, decide di fare la chiacchierata sulla nostra festa senese sulla loro piattaforma on-line.

Sensazione straniante, per chi è abituato a parlare guardando in faccia la gente che ha davanti nell’uditorio, ma, come si dice, di necessità virtù.

Il buono di questo brutto è rappresentato, tuttavia, dal fatto che, all’evento, non sono “presenti”, in questo caso, solo faentini, ma persone sparse in varie parti d’Italia. E che, quindi, ci siano, a seguire, persone collegate anche da Siena.

Perdonate questo pippone iniziale, ma serviva a contestualizzare ciò su cui vorrei intrattenervi in questa sede.

Fra le domande che vanno in banda bassa nella chat aperta con chi ci sta seguendo, ne arriva, appunto, una da Siena. Dopo che su più di un argomento paliesco chi vi parla ha precisato “no, non è come si dice”; “no, questa è un’invenzione”; “no, la realtà storica è diversa”, una persona ci chiede: ma di tutta la tradizione orale che gira intorno al Palio, di tutte le cose che ci siamo sempre raccontati da generazioni e che fanno la nostra narrazione condivisa della nostra festa; di tutto questo che cosa dobbiamo farne?”.

Domanda, oltre che intelligente, opportuna, che convoca il delicato bilanciamento fra il patrimonio dell’immaginario di una comunità e la Storia (quella vera). Abbiamo capito tutti di che cosa stiamo parlando, ma mi permetto ugualmente di esemplificare: Contrade soppresse, che cosa c’è di vero? Legame genetico compagnie militari-Contrade, è ancora valido? Costruzione (recentissima) della narrazione del Corteo Storico, è un’invenzione? E via continuando.

No, tranquilli: non entreremo nel dettaglio e non trasformeremo questa chiacchierata in una silloge di alcuni capitoli del libro (anche perché che lo avremmo scritto a fare? Chi vuole lo può leggere, così fa anche felice l’autore che percepisce, in questo modo, la stratosferica royalty sul prezzo di copertina, pari al 7% lordo del costo del volume e corrispondente alla vertiginosa cifra, al netto, di circa un euro e mezzo); non faremo, si diceva, una noiosa “spiega”, ma cercheremo di vedere come, tradizione orale e Storia, confliggono, ma possono convivere.

Sbrigativamente, resto alle possibili risposte agli esempi fatti.

Le contrade soppresse NON le ha mai soppresse nessuno; di quelle evocate nel Corteo siamo sicuri al 100% che sono esistite la Spadaforte e la Quercia, mentre la realtà delle altre è molto sfuggente e, in qualche caso, parecchio dubbia. La loro presenza fu pensata da Fabio Bargagli Petrucci per ricordare le origini magmatiche delle Contrade attuali, sotto forma di sei fantasmi (Fruttero e Lucentini lo avevano capito in pieno) rappresentati da altrettante figure misteriose che sfilano senza un volto, con le celate abbassate.

Le compagnie militari NON sono le madri delle Contrade. C’è contiguità sociale e territoriale; ci possono essere, in qualche caso, contaminazioni fra le rispettive simboliche (non chiamiamola araldica perché non è del tutto proprio), ma le Contrade NON sono la trasposizione ludica di questi trecenteschi corpi di sicurezza, nemmeno dopo le loro trasformazioni nel tempo dell’antico Comune.

Il Corteo Storico, quale lo conosciamo, NON è il portato della lunga tradizione della festa del Palio, ma è un’invenzione della tradizione, voluta da Bargagli Petrucci meno di cento anni fa per offrire una comunicazione riassuntiva (anche con qualche scarto di coerenze cronologiche) che rievocasse e celebrasse la storia delle istituzioni civili, politiche, militari ed economiche dell’antica Repubblica senese. Un tassello nella sua visione (molto più ampia rispetto al solo Palio) di città come modello valido non solo per Siena, ma per l’intera cultura urbana italiana di inizio secolo.

Eppure queste (e altre) cose si continuano a perpetuare e ad essere spacciate come verità storiche, riportate di bocca in bocca, di generazione in generazione e, quel che è peggio, approdate spessissimo alla comunicazione scritta e alla narrazione della festa senese offerta (con vari strumenti) ai non senesi.

Possiamo fare i Robespierre de noantri, ammantarci di savonarolesca purezza e fulminare la scomunica su tutto ciò. Oppure possiamo fare un’operazione intelligente che raccoglie tutta la parte “non vera” del Palio e della Contrada (rientra in questo anche un amplissimo repertorio di “epica” correlata: personaggi pittoreschi, frasi famose, aneddoti divertenti, episodi simbolo e così via) e la considera per quello che è. Una costruzione dell’immaginario intorno a cose che sono state avvertite tanto importanti e tanto identitarie da volerle riscrivere, abbellirle o, in certi casi, inventarle del tutto.

Non è una liquidazione: al contrario, è prendere coscienza che il Palio è una macchina comunicativa ed emozionale talmente forte da aver costruito (come succede solo per le cose rilevanti) una serie di  superfetazioni di se stesso ad opera della tradizione popolare, di quella orale o della cosciente, finalizzata, manipolazione intellettuale. L’importante è sapere di che cosa stiamo parlando e, magari, se non ci vogliamo fermare qui, chiederci “perché” e “quando” e a opera di “chi” queste superfetazioni si sono create.

Poi c’è la Storia. E la Storia, su questo genere di cose, ha un racconto diverso. Né meno bello, né meno emozionate, né meno importante. Ma diverso.

Prendiamo coscienza di entrambe le narrazioni e non disconosciamo l’una né diffidiamo dell’altra. Semplicemente: attribuiamo a ciascuna di esse la sua collocazione nello spazio identitario collettivo e condiviso, il suo ruolo, le sue caratteristiche e la sua utilizzazione.

E’ il complesso intreccio (unico nel suo genere) che rende giustizia alla necessità di un “discorso” intorno a una festa diventata simbolo di una città e della sua gente.

E la prossima volta che sentite qualcuno parlare di soppressioni o di compagnie militari in rapporto con il Palio e la Contrada attivate la modalità “attenzione: maneggiare con cautela e, preventivamente, verificare”.

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