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Sono esattamente vent'anni che Dario non c'è più. Partì con la sua malattia una mattina in un letto d'ospedale. Era un livornese vero, trapiantato da tempo nel Chianti. Mi colpì subito la sua parlata larga e cantante, dal rosso delle sue labbra. La parlata dei livornesi, larga, cadenzata, sonora, al tempo stesso violenta e dolce, mi pareva nascesse dall'ebbrezza di un sangue troppo vivo e ricco. Le parole uscivano di bocca già tutte fatte, rotonde, si sentiva che provava gusto a pronunciarle, a dar loro quella forza, quell'accento. Faceva parte di un popolo genuino e sincero, anima di una città granducale, barocca, ma senza tanti fronzoli. Una Toscana magra e arguta, tutta nelle cronache del Compagni o in alcune pagine del Machiavelli, gente fatta come il paesaggio, con i dolci colli che digradano in mare, o in quella campagna verde e gialla che diventa Maremma quando meno te lo aspetti. 

Mi diceva: "O dove le trovi quelle strade? Quei palazzi? E il porto?" Più che il mare mi ero persuaso che i livornesi amassero il porto. Di un teatro ricco di scene meravigliose. Ed io immaginavo pirati, mercanti, marinai dal viso bruciato dal salmastro, arabi, inglesi, greci, ebrei, russi pelosi e malinconici, donne di tutti i climi, odalische coperte di veli, di stoffe, di droghe, di tabacco biondo e navi che vanno e vengono.

Parlava della sua città come un giovane di vent'anni parla dell'innamorata. "Tu vedessi Livorno!" esclamava con il suo accento largo, arrivando sempre al rum con uno schizzo di caffè. E rideva e mi prendeva a braccetto: "Quando chiuderò la trattoria per qualche giorno, ti porto a Livorno!" E mi picchiava le spalle con le mani aperte. 

Qualche tempo dopo la sua morte, mi trovavo alla stazione di Pisa. Mentre cercavo un treno per Empoli mi trovai senza accorgermene in quello per Livorno. Era una mattina di settembre, fredda e trasparente. La voce e l'odore del mare mi vennero incontro per le larghe strade ancora deserte. Mi pareva di camminare accanto a Dario, la sua vicinanza mi intiepidiva la guancia, il braccio, il fianco. Lo sentivo respirare, sorridere. 

Vagai tutto il giorno per la città, verso sera comprai una cartolina da un tabaccaio, mi misi ad un tavolino di un caffè del porto e scrissi sulla cartolina il nome e l'indirizzo di Dario. Cimitero di Radda in Chianti. Imbucai la cartolina alla stazione e vedevo il postino salire il colle, aprire il cancello, cercare qua e là fra le tombe, curvandosi sulle croci per leggere il nome, trovare la sua e posarla fra le foglie cadute davanti alla sua foto.

Sulla cartolina avevo scritto: "Tanti saluti da Livorno!" 

 

(Foto di Marco Frosini da Pixabay)

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