Non sono nata a Siena, ma in un comune limitrofo,  però ho frequentato per un lungo periodo di tempo la contrada del Bruco, dove i miei nonni avevano la casa, che si trova proprio di fronte alla chiesetta e alla sede della contrada.

Tutt’ora in quella casa vivono i miei parenti e quindi ho un rapporto affettivo per la ‘piaggia’ della contrada. Volevo dire che non sono mai stata una contradaiola sfegatata, ma il lungo digiuno dalle vittorie, invece di allontanarti dalla contrada ti ci fa attaccare sempre di più.

Ricordo con nostalgia l’epoca in cui le donne stavano sedute “in pimpinella” nelle sedie con le gambe  segate portate fuori di casa e chiacchieravano mentre scalzettavano, rammendavano, ricamavano.

Tutte amiche, si aiutavano e si insegnavano l’un l’altra nei loro lavoretti. Qualche volta si scambiavano piccoli e grandi regali. Spettegolavano di questo e di quello, possibilmente prendevano di mira le conoscenti della Lupa o della Giraffa. Salutavano e parlavano con i passanti che arrancavano  su per via del Comune, anche se non li conoscevano e poi magari li criticavano di dietro. Ma questa è prassi comune!

Nel 1955, dopo ben trentatre anni, il Bruco vinse il palio e fino ad autunno inoltrato Rosalunga, Maria, Gioietta, Elena, Norma e tutte le altre passarono i loro pomeriggi in piena beatitudine sotto i festoni e le luminarie gialle e verdi che adornavano la via per la tanto sospirata vittoria.

Dopo quell’anno incominciò di nuovo la jella  per il Bruco:

Non esce a sorte.

Ha una brenna.

Arriva seconda.

Casca a San Martino.

Il fantino (forse) si vende.

I patti non sono rispettati.

Il fantino cade al Casato.

Arriva ultima.

Arriva seconda.

Ne busca dalla Giraffa.

Si fa intruppare alla mossa.

È prima, ma batte nel colonnino al Casato.

Si ripurga un’altra volta.

Insomma non vince mai!

E gli anni passano, i bimbi crescono, diventano  uomini e donne, i vecchi imbiancano  senza aver mai gioito per il “cencio”. In questo clima di delusione e rabbia gli animi dei brucaioli sono esasperati e avvengono continue discussioni e litigi interni.

Come già detto le donne di via del Comune si scambiavano anche regali e nel 1978 avvenne un fatterello curioso.

Rosalunga aveva regalato a Maria un taglio di vestito da uomo da utilizzare per una cerimonia importante, forse un matrimonio.

Non so per quale motivo, ma tra le due donne, grandi amiche, scoppiò un aspro litigio e Maria restituì a Rosalunga il taglio di vestito avuto in regalo.

La cosa non fu presa per niente bene tanto che Rosalunga, offesissima, portò la stoffa nel mezzo di via del Comune, proprio davanti alla contrada, la gettò in terra e le diede fuoco, sbraitando:

“Donne, venite a vedere che me ne fo dei regali restituiti!”

Quel tessuto di pura lana bruciava lentamente facendo un gran puzzo e Rosalunga con un bastone lo scatizzava, lo alzava, lo rigirava.

Nella via non si vedeva anima viva. Eravamo tutti dietro le persiane.

In quell’estate si avvicinava il palio di Agosto. Come sempre, dopo trentatré anni senza una vittoria, nel Bruco c’era aspettativa, speranza e una voglia smodata d’interrompere quel lungo digiuno.

La mattina del 13, quando vengono assegnati i cavalli, al Bruco tocca in sorte un cavallo giovane e sconosciuto, Ballera che sembra però scattante e robusto.

Alla prima prova Ballera si infortuna gravemente e, come succedeva allora, viene soppresso per l’impossibilità di poterlo curare. Siccome per regolamento il cavallo non può essere sostituito, il Bruco non potè correre il palio. La delusione, la disperazione dei brucaioli è incontrollabile: via del Comune è tutta un pianto. Anche noi in casa siamo delusi, ma con Alma commentiamo: “Sì, questa è scalogna vera, ma piangere in quel modo è esagerato. Ci sono cose peggiori nella vita”.

Si arriva così in questo clima di dolore e rassegnazione al  giorno 16. Partiamo dalla sede tutti in corteo e siamo tantissimi. Le bandiere sono abbrunate e i tamburi vengono battuti a suono cupo, senza il cordino, un paggio precede con un vassoio in mano dove sono posti gli zoccoli del cavallo abbattuto. Il clima è molto mesto: un silenzio interrotto solo dal suono luttuoso dei tamburi. Nessun canto. Giunti ai Ferri di San Francesco, vediamo alle finestre le donne della Giraffa che ci gettano mazzi di fiori e rimaniamo allibiti, perché in quel periodo non correva buon sangue tra le due contrade. Iniziano di nuovo i pianti, anche perché procediamo tra due ali di folla che battono le mani in segno di rispetto, comprensione, condivisione. Il pianto di alcuni diventa di tutti, percorriamo via dei Rossi, Banchi di sopra, via di Città, fino al Duomo senza poter smettere di piangere tra le due ali di persone che applaudono.

Io chiedo ad Alma:

“Ma perché si piange?”

 Lei mi risponde:

“Hai visto?  Noi s’era criticato quell’altri che piangevano e ora si fa uguale”.

Quel pianto ci fece uno strano effetto, come se fossimo un’umanità piena di affetto, fratellanza e empatia.

Per la cronaca il palio lo vinse la Pantera con il cavallo Urbino de Ozieri e il giovane fantino Cianchino.

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