Difficile trovare le parole per spiegare il senso di vuoto che ha colpito un po’ tutti i contradaioli dell’Oca per la mancata effettuazione della Festa Titolare in onore di Santa Caterina.

Ancora di più sarebbe spiegare a chi contradaiolo non è, come, in un periodo in cui il coronavirus ha provocato così tanti morti e in presenza di una crisi economica e sociale che durerà nel tempo, si possa soffrire per l’annullamento di una “semplice” festa.

Ma se mi rivolgo ai senesi/contradaioli, quelli che hanno già provato questo senso di vuoto (Valdimontone e Oca) e a tutti gli altri che nei prossimi mesi vivranno le stesse delusioni, so di essere capito.

La Festa Titolare, il “giro”, è un mix di cultura, spiritualità, espressione di affetti, identità, gioco, passione, scuola per i ragazzi, ricordi, rimpianti, pensieri e riconoscenza per chi non c’è più.

E non vestirsi con i colori della Contrada, anche se per una sola volta tra quelle attese e previste, è un tradimento; per i più piccoli – quelli con le bandierine piccine e le monture cucite dalle nonne – per i giovani che non sfileranno davanti alle citte, per i meno giovani che...” questa montura non mi sta più ma io insisto”.

E poi il rione, svuotato di gente e dei consueti rumori da oltre due mesi, in questi giorni è stato ancora più triste e nemmeno le bandiere che solitamente lo impreziosiscono sono riuscite a mitigare il senso di desolazione.

Quello che a molti può apparire un rituale, magari anacronistico, per noi è la vera Festa, sì, molto più del Palio dove la speranza e la gioia di avere il cavallo nella stalla talvolta sono attenuate dalla eccessiva tensione.

Mi (ci) è mancato tutto: l’altare in fondo alla via; il ricevimento della Signoria, il mattutino, il palio dei barberi, la “frasca”, la Banda che ripete all’infinito l’inno, il saluto e l’omaggio alle consorelle dove ritrovi tanti amici, avversari solo per il Palio. E poi il corteo del rientro: numeroso e orgoglioso dove canti con cuore in gola il tuo inno per dimostrare alla città la tua potenza.

Ed infine il rientro “a casa” della Santa: quel “passo a processione” che cozza con la potenza del canto fino a poco prima intonato. Appena imbocchi la strada che ti ha visto nascere i brividi si moltiplicano: i braccialetti accesi sfidano i colori del tramonto, le bandiere felici di fare l’arco a Lei, al popolo e alla dirigenza, le parole del Correttore e quell’ultima alzata.

Tutto sparito. E allora quella trasgressione di due ragazzi col tamburo che nascosti dai merli delle fonti hanno fatto sentire a noi e a parte della città il suono tanto amato, o quel “casuale” incontro di alcuni bordelli che all’Incrociata hanno intonato per un attimo le nostre canzoni, sono riusciti a dare un po’ di colore e calore a questi giorni così tristi per quanto accade nel mondo, resi, per noi, ancor più cupi da una Festa mancata. Può accadere anche questo nel nostro microcosmo. E ne siamo fieri.

(Foto di Roberto "Pedro" Petreni)

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