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Ho visto una Siena surreale e irreale. Non addormentata, come intona qualche stornello di quelli che tanto rimpiangiamo e che non riecheggeranno nella prossima estate nelle notti delle Feste Titolari; non assonnata, come nelle mattine delle prove regolamentate fra un cappuccino e il sogno di un bombolone in attesa del raggio di sole che illumina la piazza del Campo. Bensì ovattata, quasi soffocata. Addirittura imbavagliata, come se le mascherine incontrate per le sue vie del centro storico avessero cinto anche le mura antiche. Così bella e così irreale, silenziosa anche nelle ore in cui i vicoli del centro storico solitamente risuonano di parole, rumori, suoni di un cuore pulsante, a volte anche polemico o caciaresco, a volte multiculturale soprattutto in certe zone prettamente turistiche. In questi giorni, il vuoto. Interrotto dagli sguardi dietro una mascherina, dal cammino lento dettato dal soffermarsi di un cane, dal caracollante passeggio derivato dalle borse della spesa, dalla preghiera di un conoscente di un minimo dialogo sul più o il meno.

Tante volte, durante questi quaranta e passa giorni di lockdown o zona rossa o quarantena come la volete chiamare, ci siamo chiesti come ci riprenderemo. Certo, dal punto di vista economico, nella Siena immersa nell’era post Montepaschi, con tanti dubbi e interrogativi su turismo, commercio e conseguenti posti di lavoro, consapevoli delle nostre eccellenze (parola fin troppo abusata) e dei nostri difetti. Nei lunghi pomeriggi in casa, fra una serie tv e qualche spippolamento sul cellulare, fra la pizza del sabato e la grigliata (sul terrazzo) della domenica, però, tanti dubbi sono sorvolati su altro: sugli aspetti umani, per esempio. Ci sarà davvero quello spirito solidale e solidaristico che abbiamo in qualche modo decantato, anche a Siena, dai balconi e dalle terrazze? Ci sarà davvero la voglia e la volontà di pensare a una società semi nuova, in cui mollare qualche piccola-grande privilegio acquisito con più o meno merito permetta la vera sopravvivenza di qualcuno accanto a noi? Oppure quei muri e quelle ringhiere dei balconi, fondamentali per evitare il contagio e tenerci a distanza, separati nel quotidiano e uniti (a volte) dalla tecnologia, torneranno a essere barriere dove difendere il mero interesse egoistico?

In sostanza dobbiamo capire se quella Siena, legittimamente e obbligatoriamente imbavagliata per difendersi, saprà o meno uscire da questa peste moderna. Soprattutto come ne uscirà.

Abbiamo vissuto e viviamo ancora una pagina di storia. Non è semplice rendersene conto quando si vive la quotidianità, probabilmente fra qualche anno ci gireremo indietro per rimembrare questa Siena irreale e surreale. La sfida potrebbe davvero essere più questa che altre. Spetta a noi capire se quella pagina di storia della città di Siena, che in ogni caso andava scritta, porterà a un’effettiva rinascita o se sarà soltanto un racconto da archiviare al più presto nelle nostre scartoffie quotidiane.

 

 

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