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Molti hanno scritto sulla cosiddetta “Guerra di Siena” e sul lungo assedio patito dalla città, che alla fine si arrese “per fame” nel 1555. Anche sulle cose accadute in quei lunghi mesi ci sono giunte diverse cronache, sono stati editi molti libri e l’argomento è stato abbastanza scandagliato, anche se a volte, gli avvenimenti squisitamente storici, hanno finito per essere sacrificati in favore di quelli più vicini alla leggenda. Ma capita anche che le due cose vadano di pari passo e che situazioni al limite del fantastico siano supportate da una discreta quantità di documenti e di cronache. 

Come in ogni studio serio sulle guerre, anche per questa di Siena occorre sempre confrontare le carte provenienti da entrambe le parti, così da ricostruire più possibile la verità storica.

Ecco allora che un’affermazione come quella che Cosimo dei Medici volesse avvelenare i senesi parrebbe leggenda ed invece fu cruda realtà.

Naturalmente non riuscì nel suo intento, ma vinse ugualmente la guerra, anche se molti mesi dopo il previsto.

Il dottor Lorenzo Cantini, nella sua “Vita di Cosimo de’ Medici Primo Granduca di Toscana”, edita nel 1805, fu uno dei primi a documentare questo avvenimento, pubblicando alcune lettere originali del sopracitato Duca di Firenze. Quella che estrapoleremo e che ci interessa è datata primo maggio 1554 ed era indirizzata a quel Bartolomeo Concino, giureconsulto e segretario particolare di Cosimo, che giornalmente lo teneva informato sugli sviluppi bellici della guerra e dell’assedio senese.

Riportiamo in estratto l’originale della lettera di Cosimo a Bartolomeo Concino:

Messer Bartholomeo nostro carissimo: 

Per risposta della Vostra Lettera di hieri con la quale ci scrivete che havendo trovato e Lavoranti (i lavoratori) Todeschi (tedeschi) molta Acqua nella Contramina del Prato di Camollia, lasserebbono star quella parte et si metterebbono a lavorare a un’altra per render sicuri i Forti da ogni banda (parte).

Habbiamo a dirvi che il lavorare in altra parte per sicurezza de’ forti, non ci dispiace, ma giudichiamo bene expediente et molto opportuno il seguitare di lavorare in detta Contramina del Prato per trovar maggiormente l’Acqua; perché potrebbe esser facilmente che questa fusse l’Acqua che va nella Città a Fonte Branda il che si può conietturare (congetturare) dallo intendersi, che l’acqua di detta fonte esce fuor torbida, causato forse dal lavorare in detta Contramina del Prato, et quando o l’Acqua trovata in detta Contramina fosse quella che va a detta fonte, o in altra parte della Città si potrebbe far opera di divertirla (deviarla), et levarla, o almeno di corromperla, et guastarla il che seguirebbe facilmente col mettervi del grano **, et sarebbe di gran nocumento et danno alli nimici e quali si sa che patiscono assai dell’acqua et ognuno sa che l’exercito di Mons. Di Lutrech capitò male per l’acque che erano state guaste nel Regno di Napoli. Però avertirete il Marchese et fate opera che si seguiti detto lavoro per uno delli duoi (due) effetti sopradetti, ordinando da nostra parte a Maestro Davitte, che ci mandi un poco di schizzo del luogo dove si lavora in detta Contramina perché alla ventura potremo dar qualche lume di detta acqua, la quale vogliamo credere che sia la medesima, che è a piè del forte e che caschi dentro la Città in Fonte Branda”.

L’avvelenamento dell’acqua con il grano era un metodo abbastanza diffuso e conosciuto. Si trattava di utilizzare il cereale contaminato con il risalgallo o risilgallo e cioè con il solfuro di arsenico detto anche sandracca minerale. 

Questo composto poteva anche essere usato per avvelenare il cibo ed i senesi ne avevano fatto uso per sterminare la compagnia di Ventura di Fra Moriale nel 1354, comprandone ben 135 libre.

Il cronista Neri di Donato ci racconta nelle sue cronache proprio questo tentativo di “attossicare le vettovaglie” “del Friere di Morreale”, tentativo che però andò a vuoto. 

Questo solfuro di arsenico era facilmente reperibile nello Stato senese in quanto estratto nelle miniere del Monte Amiata già nel XIII secolo.  

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