Via delle Cerchia si chiama ancora oggi l’antica strada che va dal Prato di S. Agostino al Pian dei Mantellini, nel territorio della Contrada della Tartuca.

Sul perché di questo nome si è quasi sempre data la stessa versione e cioè che il toponimo deriva dal fatto che la strada costeggiasse le antiche mura (quindi cerchie murarie) di Siena e precisamente quelle del cosiddetto “quarto circuito”, secondo la ricostruzione che fece a suo tempo l’erudito Teofilo Gallaccini (1564-1641).

Ed effettivamente un lato di detta via corrisponde con l’antico perimetro murario sul quale si aprivano in ordine (da ovest ad est) la Porta di Santa Lucia, poi l’Arco di Sant’Agostino e più in basso quella di Sant’Agata, poi detta Arco di S. Giuseppe (accanto alla omonima chiesa della Contrada dell’Onda).

La prima menzione risale alla cronaca di Agnolo di Tura del Grasso ed esattamente all’anno 1337:

i Senesi fero la sedice mattonata per la prima volta dentro a la Porta Tufi, fu operaio Berignone Chiavelli; e fero ancora la sedice a la Fonte al Pino (attuale orto botanico) infino alla strada de le Cerchie, nella Compagnia di S. Agata, fu operaio Bencivenni Gucci”.

Dopo alcuni approfondimenti però, sono giunto alla convinzione che l’origine di questo toponimo sia ben altra ed esattamente quella che la via in oggetto abbia preso il nome esclusivamente dai “maestri cerchiai”.

Ma chi erano i cerchiai?

Questi lavoratori, riuniti in Corporazione, erano presenti in Siena almeno dal secolo XIII e la loro arte, insieme a quella dei “bottai e barlettai” era molto fiorente e faceva parte di quel microcosmo che accorpava i vari lavoratori del legame.

I cerchi per le botti, per i tini, per i barili, per i bigonzi e per le botticelle infatti, almeno fino al XV secolo non erano di metallo, come si vedono oggi, ma di legno (minor costo e maggior facilità di lavorazione)

Ecco perché a volte ritroveremo i “maestri cerchiai” come singola corporazione, accorpati con i “maestri bottai e barlettai” (al nord anche con i “segatori”), altre ancora assieme ai “legnaioli”.

Alcuni dati in supporto ci sovvengono dagli Statuti in volgare della nostra città e in special modo dallo “Statuto della Gabella e dei passaggi dalle Porte della Città di Siena” degli anni 1301-1303.

Per quanto riguarda il fatto che i cerchi fossero di legno basta scorrere le varie rubriche ed al numero XXI troveremo “Legname da bocti et da cerchia”.

Più in particolare:

[La soma del legniame da botti et da cerchia, e tinegli e barili, IIII denari Kabella; et passaggio IIII denari;

La soma delle cerchia vecchie per tine, IIII denari kabella; et passaggio IIII denari;]

Ed ancora, sempre dallo stesso Statuto, ritroviamo il nostro toponimo nell’elenco dei tipi di legname che entravano in città:

[…d’ogne soma di tavole e molli di castagno..; …di tavole d’abete;…di tavole di noce; ..di legname da botti;.. di legname da tinelli e barili..; ..d’ogne soma da cerchia che entra dentro, IIIj denari; ..d’ogni soma d’assari ecc…].

Naturalmente queste cerchia, proprio perché di legno, erano oggetto di facile usura ed era sovente che nelle botti e simili si ricorresse spesso alla sostituzione di esse.

Ci sovviene in tal proposito una predica di San Bernardino (anno 1427 – Piazza del Campo), che nell’elogiare le qualità della buona moglie afferma:

[…Ella vende la sembola, e de’ denari riscuote la tela. Ella pone mente alle botti del vino; se ella vi trova rotte le cerchia, o se elle versano in niuno luogo.]

Negli archivi di Venezia (anni 1285-1290) ed in quelli di Genova (anno 1300 circa) ci sono spiegazioni ulteriori su come l’Arte dei Cerchiai e quella dei Bottai fossero particolarmente in simbiosi.

A Genova i cerchi di legno erano ricavati dai polloni di castagno e sempre di castagno erano le stesse botti. Generalmente sia i cerchi che le doghe arrivavano in città “smontati” ed i bottai (detti anche “galederi”) avevano il compito di assemblarli. A Venezia i bottai acquistavano i cerchi dai membri dell’Arte dei cerchiai che erano in loco e gli acquistavano a mazzi. Il legname per i cerchi era in castagno e salice. La giustizia veneta stabiliva inoltre (Registro del 1285-1290) che i tre Giudici delle Arti potevano giudicare sui Bottai per tre lire per cose che riguardassero l’Arte dei Cerchiai e viceversa.

A Siena i maestri cerchiai furono indubbiamente moltissimi e nel XIV secolo compaiono ripetutamente nei documenti, come ad esempio in quelli dell’Opera del Duomo che si serviva dei loro prodotti: Maestro Lando (1351), Giovanni del Mazza (1355-1362), Maestro Domenico di Sandrino (1355-1362), Maestro Cepparello (1359), Maestri Neri e Paolo di Niccolò (1379), Maestro Cristofano di Cecco (1398-1399).

Ma anche nei registri del Santa Maria della Scala: Maestro Nicolò del Maestro Ceccho (1379), Maestro Lando (1381), Maestro Domenicho (1381) ecc..

Nella Historia di Siena di Orlando Malavolti addirittura si racconta di come nell’anno 1374, uno di loro chiamato Galea cerchiaio, riuscisse a farsi eleggere nel Magistrato dei “Dieci cittadini sopra la guerra” che in quell’anno si occupavano di contrastare l’Ordine dei Dodici ed i fuoriusciti guidati dai Salimbeni e nel 1403 Agnoletto cerchiaio fu fatto Gonfaloniere del Terzo di San Martino.

Ma tornando all’origine di Via delle Cerchia, che ricordiamo essere già strada con questo nome fin dal 1337, affinché fosse valida la mia ipotesi occorrerebbe provare come in questo luogo fossero concentrate le botteghe dei maestri cerchiai. Purtroppo, le arti senesi, per quel che ne sappiamo, non ebbero mai dei distretti circoscritti e dislocazioni ben precise. Ed anche il fatto che a pochi passi da qui l’Arte dei Legnaioli facesse costruire la Chiesa della propria Compagnia (San Giuseppe dei Legnaioli) non ci aiuta, anche perché siamo ormai già nel 1522.    

Nonostante questo qualche piccola indicazione nella direzione sperata c’è. Si tratta di sporadiche notizie documentarie risalenti alla seconda metà del XIV secolo che sembrano suggerirci come alcuni lavoratori del settore (cerchiai, barlettai, legnaioli), fossero in quei decenni maggiormente concentrati in alcune zone della città. In particolare, i cerchiai presso Porta Sant’Agata (la nostra che si affaccia sul Prato di S. Agostino) e Porta Peruzzini (scomparsa, accanto alla Chiesa di S. Girolamo).  Nell’ultimo caso sappiamo che il Comune di Siena aveva dato in affitto ai cerchiai dei locali ai piedi del barbacane di San Maurizio.

I Barlettai e i legnaioli li troviamo nella zona di Via del Casato di Sotto e di Sopra, ma anche “dopo l’osteria della Lupa” che, nonostante il nome, era in Via Duprè (attuale Contrada dell’Onda).

Naturalmente alcuni cerchiai e barlettai sono singolarmente localizzati anche in altri luoghi di Siena, come nei pressi dell’ospedale di Monna Agnese, nel Poggio Malavolti (Piazza della Posta), in Salicotto ecc., ma se dovessimo trarre una conclusione potremmo dire che la maggior parte di loro aveva botteghe nel terzo di San Martino e in quello di Città, in special modo nella zona rivolta a sud e vicino alle Porte che guardavano in quella direzione. Potremmo anche sostenere che quelle botteghe, vivendo di legno, specie di castagno, fossero curiosamente rivolte all’Amiata, naturale bacino di quella materia prima (cerchiai e i barlettai sono nominati più volte nello Statuto del Comune di Piancastagnaio dell’anno 1432). Se dunque il toponimo della nostra Via era già presente agli inizi del secolo XIV, probabilmente questa concentrazione di cerchiai doveva esserci stata in precedenza, almeno un secolo prima e, se pur non ci siano notizie certe, sappiamo che nel XIII secolo le porte di Siena rivolte a sud erano proprio quelle delle due zone delineate e cioè la Porta di S. Agata (poi S. Giuseppe) con il vicino Arco di S. Agostino da una parte e quella di S. Maurizio e Peruzzini dall’altra. Esse erano di fatto le porte più esterne della cinta muraria a sud di Siena perché solo successivamente vennero sostituite con Porta Tufi e Porta Romana.

Ancora a favore di questa ipotesi pende il giudizio di Girolamo Macchi (1649-1734) che fu il maggiore scrittore del Santa Maria della Scala e profondo conoscitore della città di Siena. Anche secondo lui Via delle Cerchia avrebbe preso il nome dai maestri cerchiai. Purtroppo, non ci ha lasciato evidenze documentarie, nonostante le sue migliaia di manoscritti, ma confidiamo nel fatto che fosse stato uno dei maggiori consultatori dei documenti del grande ospedale e abbia potuto trarre questa conclusione dai libri delle entrate e delle uscite con il quale l’ente segnava ogni merce.    

La Via delle Cerchia mantenne intatto il suo nome anche nei secoli successivi come possiamo vedere in numerosi documenti come quello del 1554 nel quale il pittore Domenico Beccafumi presentò la sua denuncia dei beni agli “alliratori”:

“… l’infrascritti beni di me Domenico di Pace Beccafumi, pittore, abitante nel Terzo di Città e popolo della Badia all’Archo e Compagnia di S. Agata…. Una casa (che) dinanzi chonfina la via del chomuno, detta de’ Maestri, dall’altro lato la via del chomuno, detta de le Cerchia; la quale è per lo mio abitare, e una parte n’è a pigione”.

Lo stesso nome (Via delle Cerchia) anche nel Bando della Governatrice Violante di Baviera del 1729 con i quali si stabilivano i confini delle contrade ed anche nello stradario della città di Siena del 1789, dove però alla via delle Cerchia si aggiunse anche un nuovo toponimo: quello dell’Ellera (edera):

la Via delle Cerchia o dell’Ellera”.

In conclusione, pur non potendo comprovare in assoluto la forte concentrazione di botteghe di cerchiai in questa zona, c’è un’altra considerazione da fare che depone in questa direzione: quella legata alla parola stessa e alla sua etimologia.

Nelle cronache senesi che partono da quel secolo in poi, non si è mai usata la parola cerchia per descrivere le mura difensive della città di Siena.

L’unico che sembra adoperarla è Dante Alighieri: “perocché, come in su la cerchia tonda Monteriggion di Torri si corona”, ma in questo caso non si parla di Siena e si descrive un perimetro murario effettivamente rotondeggiante.

Le mura di Siena invece, furono un continuo divenire ed aggiungersi di pezzi di muraglioni con prolungamenti e congiungimenti. Non per altro il Gallaccini sopra citato li chiamava “circuiti murari”.

Solo molto più tardi, con il completamento delle mura nuove, si raggiunse l’attuale cinta e si racchiuse la città in un perimetro più omogeneo.

Se si vanno poi a vedere le più specifiche cronache senesi, da quelle più antiche a quelle del quattro-cinquecento, non troveremo mai la parola cerchia associata alle mura.

Eppure le nostre mura sono indicate decine e decine di volte ma solo come “mura” e non “cerchia” o “cerchia di mura”.

A cominciare dalla cronaca di Andrea Dei (..per impiccarli presso alle mura), a quella successiva di Agnolo di Tura, da quella del Neri, a quella del Bisdomini e per finire a quella ormai quattrocentesca dell’Allegretti (.. rotta parte della Rocca e delle mura), mai si adopera il binomio cerchia-mura.

In conclusione, non dò niente per scontato; spero solo di accendere un bel dibattito e tanta curiosità attorno alle nostre piccole antiche cose.

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