Gli anni difficili che seguirono alla morte di Pandolfo Petrucci furono anche quelli che precedettero l’ultima guerra di Siena, che si concluse con la fine della nostra Repubblica. Nel 1524 Fabio Petrucci aveva organizzato una sommossa per ripristinare la tirannia della sua casata, attaccando il Governo senese ed il Palazzo Comunale, ma il popolo, armi in pugno glielo aveva impedito. Tra coloro che si distinsero nella resistenza c’era anche Mario Bandini, giovane senese che già aveva dimostrato attitudine al comando e buona arte oratoria.

Nato da Salustio di Bandino e Montanina di Andrea Todeschini Piccolomini aveva condotto importanti studi a Siena e ricoperto alcuni incarichi pubblici di livello (Cancelliere di Balìa). La sua “scesa in armi” per difendere la libertà senese, a fianco di Sinolfo Saracini e Giovan Battista Piccolomini, gli aveva fatto acquistare notevole fama e prestigio in Siena, specie tra le giovani generazioni, tanto che molti ragazzi si riunirono intorno a lui formando il gruppo dei cosiddetti “Libertini”.

Stemma di Mario Bandini Piccolomini
(Stemma di Mario Bandini Piccolomini)

 

Essi avevano giurato fedeltà alla patria e avevano eletto Mario loro capo.

Come ci racconta il Pecci, erano costoro “200 Compagni” i quali avevano promesso solennemente che “sempre sarebbero stati nemici di tutti coloro, che avessero della Patria tentato usurparne…” e che “andavano di tale unione così baldanzosi, che non s’astenevano in publico con cartelloni affissati alle Cantonate, e in privato molto più, di lasciarsi uscire di bocca molti vantamenti….”.

Uno di questi “manifesti”, scritto a mo’ do sonetto, fu rimato proprio dal Bandini ed è giunto fino a noi: “…Tira el Tiranno a tutte le sue voglie, / Chi priva dell’avere, chi della vita, / A cui tolle la Figlia, a cui la Moglie;…./ Purchè vi piaccia, la cosa è finita, / Però, con faccia ardita, / A conservarla state arditi, e franchi, / Prima morir, che Libertà vi manchi.”

Intanto la città stava cercando un’intesa tra i vari “Monti” per formare un nuovo Governo e soprattutto si discuteva sul numero dei membri che vi dovevano accedere. Fabio Petrucci e gli altri fautori della sommossa (tra cui il Petroni e Alessandro Bichi) erano stati costretti a fuggire da Porta Tufi per evitare conseguenze maggiori, ma si erano allontanati poco dalla città tramando di ritornarci al più presto. Finalmente l’accordo di Governo fu trovato e, adunato il Senato, fu deciso che il supremo Organo fosse composto di 98 persone in totale: 22 dell’Ordine dei Nove, 25 dei Popolari, 25 per i Nobili e Riformatori e 26 per i Dodicini. Naturalmente Mario Bandini fu eletto tra i “Popolari”.

Passarono pochi mesi e nel gennaio 1525, una nuova congiura della fazione “novesca” (con la complicità del Papa e dell’esercito del Duca d’Albania) finì col destituire nuovamente la repubblica affidandola alla nuova signoria di Alessandro Bichi.

Questo costrinse all’allontanamento delle famiglie di parte opposta ed ovviamente anche quella di Mario Bandini che però, dopo poche settimane rientrò in Siena per sollevarne di nuovo il popolo. Celebre il suo discorso ai senesi del marzo 1525:

“ ….Nè parendogli aver fatto abbastanza per opprimere il governo Popolare, ne han sopra le spalle posto il giogo del Tiranno, le quali cose, secondo il costume, se fussero dalla Signoria state proposte in Senato, il Popolo vi avrebbe provveduto, e tutte l’avrebbe ributtate, ma poiché la forza, e l’arme ci hanno la libertà strappata di mano, la Signoria ingiusta, che ha la forza partorito, e la forza mantiene, conviene a noi, colla forza, atterrare ….Per la libertà nulla specie di morte succederà, che onesta, che gloriosa non sia, degna d’Uomo libero, degna d’un vero Cittadino, sicche’ conviene porsi a rischio, né aspettare, che, dormendo, la libertà ci venga dal cielo a truovare. Prendete l’arme, prevenite colla forza, e coll’ardire, la libertà, risquotete voi, ed i Posteri vostri dalle mani della superba Signoria di pochi, scuotete questo giogo, se già voi le morti de’ buoni, il sacco della vostra roba, e la servitù più tosto che la libertà, non desiderate.”

Ne seguì l’uccisione di Alessandro Bichi e l’ennesima rivolta nella quale Mario Bandini combattè valorosamente nella zona del Duomo, riuscendo a ricacciare indietro i “noveschi”. Nacque allora un nuovo governo e vennero eletti alcuni Deputati detti “Conservadori della Libertà”, tra i quali anche il nostro Mario Bandini.

L’anno seguente lo ritroveremo tra i valorosi combattenti senesi che vinsero la famosa “Battaglia di Camollia”, passata alla storia. Ma anche negli anni successivi il Bandini si distinse per le sue focose battaglie, sempre osteggiato dai “noveschi” dei quali spesso ne subì le ritorsioni, come ad esempio nel tumulto scoppiato in città nel gennaio 1530. L’esercito Cesareo di Don Ferrante Lopes era da poco uscito da Siena e già erano esplosi tafferugli contro la “fazione novesca” tanto che molti di loro erano fuggiti dalla città ed erano corsi a chiedere aiuto al Lopes il quale, venuto a conoscenza dei fatti, fermò il suo esercito a Cuna (Grancia fortificata dell’Ospedale di Siena) e vi si accampò. I Noveschi lo esortarono a prendere posizioni più decise e a riportare la pace in città e fu così che Don Ferrante minacciò in modo molto risoluto gli insorti. Allo stesso modo, anche i capi dei popolari si recarono a Cuna per cercare di calmare l’ira del Lopes dando la loro disponibilità a far rientrare in sicurezza i noveschi e assicurandogli la restituzione dei beni che la popolazione gli aveva sottratto.

Ma Don Ferrante aveva vissuto la sommossa come un grave affronto personale ed era in collera con i popolari, in special modo con Mario Bandini a cui addossava tutta la colpa. Fu così che appena costui si presentò a Cuna, assieme al compagno Achille Salvi (detto “mattana”), venne immediatamente imprigionato con l’amico.

L’intenzione di intimorire in questo modo i popolari però ottenne l’effetto opposto e la cattura dei due esponenti ebbe a Siena l’effetto contrario di quello che Don ferrante sperava.

Tra l’altro, un episodio degno dei migliori film d’avventura, raccontato dall’erudito Giovanni Antonio Pecci, mise in ridicolo Don Ferrante e tutto l’esercito imperiale:

Mario Bandini ritenuto come si è detto, in quella Torre di Cuna, che in oggi è spianata, osservando che una angusta feritoja, formata corda co’ lenzuoli del letto, e per essa calandosi notte tempo, gli riuscì scappare e tornarsene in Siena, e Don ferrante, intesa la fuga del Bandini, recatasela a vergogna, per covrire un tale disordine licenziò il Salvi ancora”.

Nel 1539 troveremo ancora Mario Bandini a capo di una rivolta chiamata anche la “Congiura di Crevole”, ordita contro la famiglia senese dei Salvi, che però non andò a buon fine per una spiata.

Naturalmente le imprese del Bandini non finirono qui e ci vorrebbe un libro intero per descriverle tutte, ma occorre passare qualche anno oltre ed arrivare al 1552 quando i senesi cacciarono gli spagnoli dalla città. Anche Bandini era presente e contribuì a tale operazione che provocò le ire degli imperiali causando quella guerra (1553/1555) che sancì definitivamente la fine della Repubblica senese. Nella “Guerra di Siena” si distinse ancora per il suo impeto e per la difesa della città e ricoprì ruoli militari di primo ordine come quello di Capitano del Popolo (aprile 1555).

Dopo la “resa per fame” di Siena, l’eroica vita di Mario Bandini non si era ancora placata ed ancora una volta, questo straordinario personaggio, volle tenere acceso il fuoco della speranza e della libertà. Uscendo dalle mura infatti, prese i sigilli di Siena e si ritirò con molte altre famiglie a Montalcino dove, una volta arrivato, pronunciò la leggendaria frase “Qui ora vive la Repubblica di Siena”.

Ricostituita dunque la cosiddetta “Repubblica di Siena Reparata in Montalcino” qui si continuò a battere moneta, ad avere statuto, leggi, balie, confini ed esercito e a tenere ancora accesa la speranza di far rinascere nuovamente quello Stato che non c’era più. Mario Bandini in Montalcino fu ancora Capitano del Popolo, ma nel giugno del 1558 morì di febbre e per sua fortuna non poté assistere alla caduta definitiva della città nel 1559 e con essa la speranza di una nuova repubblica di Siena.

 

 

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