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Per raccontare, tra realtà ed aneddotica, di Bruno Tanganelli, si arriverebbe tranquillamente al Palio del 2021 (e qui debiti scongiuri o altro, ognuno il suo).  

“Tambus” era la sua firma, “Bubi” era per gli amici, un soprannome dovuto alla sua abilità di bambino nell’imitare il tubare dei piccioni. 

Nato in via delle Vergini (Giraffa piena, quella Giraffa che sarà tanta parte della sua vita) il 10 novembre del 1922 è figlio di un carabiniere, Antonio, che muore quando ha solo tre mesi, così, quando muore anche la mamma, Rosa, Bruno finisce in orfanotrofio. Ha 14 anni. Ripensando alla sua infanzia dirà: "S'era nati senza la camicia e quella che abbiamo ce la siamo cucita da noi".  

Una vita non facile che lui affronta con ironia, per sdrammatizzarla, renderla più sopportabile; una vita che lo mette davvero alla prova con la guerra d’Africa e la prigionia in Algeria.  

E proprio nel campo di internamento algerino Bruno resiste e aiuta, come è suo modo, i suoi compagni a resistere: disegna vignette, allestisce spettacoli teatrali, inventa un giornale murale che si intitola: "Come ci pare" e che firma come Bubi. 

È lì, nel campo di concentramento, che per l’Assunta del 1943 dà vita, con gli altri prigionieri, a un "palio", logicamente a piedi, che ha però tutti i passaggi della liturgia paliesca: l'estrazione, la tratta, la corsa (vinta dal Bruco) e perfino una improvvisata cena della vittoria, che allarma, per il chiasso che fanno, le guardie convinte che i prigionieri stiano organizzando una rivolta. 

Siena, il Palio, la Contrada Bruno Tanganelli li ha sempre portati con sé, nel cuore e nella vita e, una volta rientrato a Siena, emergono nel suo lavoro: il teatro, la vignettistica, il giornalismo. 

Nel 1952 nasce quello pseudonimo, Tambus, con il quale ancora lo ricordiamo. È una specie di acronimo: “TAnganelliMAncinoBUbiSiena” e con questo  esordisce su "Il Campo di Siena", il giornale che, proprio in quell’anno, hanno fondato altri due grandi personaggi senesi, Silvio Gigli e Mario Celli.  

È al Palio, alla dimensione della Contrada, alla "piccola città" che si ispira, pochi anni dopo, il suo giornale: il "Mortaretto" che esce il 2 luglio ed il 16 agosto, e sulle pagine del quale  restano memorabili quelle vignette ricche di signore prosperose e di uomini con i “calzoni a bracala” (spesso briachi), che rappresentano un’ umanità ironicamente descritta da chi vede il mondo intorno a sé con fare disincantato e apparentemente lezzo, ma che, alla fine, è capace di comprendere e raccontare (dentro i tratti della penna) il tutto che vive.

“Gostino” che parla al colonnino di Piazza del Campo è l’esempio più altro di questo narrare. Gostino “nasce” quando il “Mortaretto” è già diventato il “Mangia”, siamo nel 1964 e le uscite non sono più solo paliesche.

E Gostino rappresenta  ciò che nell’antico passato era il “giullare” perché come il giullare, che essendo il “buffone” di corte poteva dire ciò che pensava senza inibizioni, Gostino, facendo l’ubriacone, poteva dire sempre la verità delle cose. Ed infatti: "Ci ridi? io ci piangerei", è l’intercalare tipico di questo personaggio che nel suo apparente dire nulla, dice tutto.

Tambus, eccellente disegnatore, creativo, sperimentatore di tecniche innovative (dagli anni Cinquanta utilizza la serigrafia, è uno dei primi in Italia, prima di Andy Warhol, insomma) potrebbe avere un futuro nella pubblicità, ma quando gli offrono un lavoro a Milano, risponde, convinto di no perché lui e Siena sono un binomio inscindibile.

E poi il teatro, il "Vernacolo Clebbe" che porta in scena un repertorio che guarda alla tradizione di Gigli, Giovannelli, Verdone, Fontani, Felici e molti altri autori. Scrive per il  "Vernacolo Clebbe" testi che raccontano una città di chiacchiere fatte alle finestre, di trame paliesche che si tessono di notte tra i vicoli, di strade dove  ragazzi giocano con i barberi, di uomini che stazionano dal vinaio e donne che  li aspettano a casa preparando la “desina”.

Una Siena che già non era più così negli anni di Bruno Tanganelli ma che lui così ricordava e faceva ricordare perché era anche la Siena delle tradizioni, dei valori, della solidarietà sociale, della Contrada prima di tutto. E come lo faceva? Utilizzando il linguaggio, il vernacolo, perché la globalizzazione che stava arrivando non omologasse, attraverso la parola, il nostro mondo agli altri. Perché siamo di Siena, non di Milano o di Parigi o di New York.

Guido Bargagli Petrucci e Tambus

 

E poi ci sarebbe da raccontare delle sue mitiche telecronache del Palio a Telesiena (chi di noi, quando si sente giù ed ha molta nostalgia, come quest’anno, non va a ricercarsi la cronaca della Carriera del 4 luglio 1979, il Palio di Cecco Angiolieri vinto dalla Civetta con il meraviglioso finale: “è un bellissimo contradaiolo, è il Gratta della Giraffa, è il mi’ cognato, è un giraffino autentico” e che poi prosegue con ”è qui che le rivalità rinaschino in questa Piazza stupenda”.

E non possiamo non dire che nel 1978 è stato insignito del Mangia d’Argento, che dopo la sua morte ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica Italiana e che dal 2009 il Comune di Siena gli ha dedicato una via attigua a viale Sclavo.

Tambus muore il 14 ottobre 1990: la sua Giraffa ha vinto il Palio di Provenzano. Bruno Tanganelli cura l’allestimento della Festa della Vittoria. Quale modo migliore, per lui, per dire la fatidica ultima battuta: “sipario”.

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