Rocca Ricciarda: dove anche i "fantasmi" hanno un passato da raccontare e un futuro da vivere

Fino a poco meno di cinquant’anni fa non c’era nemmeno la strada. Solo a piedi oppure a dorso di asini e muli potevi arrivare a quel gruppo di case addossate alla roccia, presso le sorgenti di un torrente, che fanno un unicum con la natura che le circonda la quale sembra quasi abbracciarle per proteggerle.

E’ Rocca Ricciarda, (abbiamo sconfinato questa settimana e siamo andati fino in provincia di Arezzo, ma tanto siamo in zona gialla) un piccolo borgo con una storia importante da raccontare. In antico, infatti, era caratterizzato da una rocca (da qui il nome) circondata da mura sulla parte che guarda a valle e collegata ad una torre a nord, sul lato che guarda l’imponente montagna.

Il fondatore della rocca fu Guicciardo da Loro (da qui il resto del nome del paese) vassallo dei potenti Conti Guidi (proprietari, tra le molte aree di influenza, proprio di gran parte del Casentino e del Valdarno). Ai Conti Guidi (che affidarono la gestione di questa zona alla famiglia a loro fedele) la podestà sul castello fu concessa attraverso due diplomi: il primo emanato da Arrigo VI nel 1191 e l’altro siglato da Federico II nel 1220.

Per un luogo così sperduto, ma strategicamente importante in questo versante, la storia è davvero complicata. Entrata nelle lotte tra i Conti Guidi e Firenze ne 1293, Rocca Ricciarda, passò sotto il dominio di quest’ultima alla quale venne tolta, nuovamente, nel 1316, quando il Conte Aghinolfo, figlio di Guido Pace, lo vendette alla famiglia dei Pazzi. Da questi passò, sempre per vendita, nel 1329, alla famiglia mercantile dei Ricasoli ed in questo passaggio di proprietà bisogna ricercare, probabilmente, il motivo per cui la rocca riuscì a sopravvivere nei secoli alla decadenza della potenza guidinga. Nel 1379, gli abitanti di Rocca Ricciarda giurano fedeltà a Firenze e all’inizio del secolo successivo, la frazione è annoverata ancora tra i beni dei Ricasoli. Fra il XV e il XVI secolo il borgo perde di importanza per la famiglia tanto che uno dei proprietari, Giovanni di Carlo di Granelli Ricasoli, dichiara nel 1480 di averne più “spese che ricavi”. I Ricasoli lo mantennero comunque fino al 1777 quando divenne proprietà diretta del Granducato Toscano.

Arrivare oggi a Rocca Ricciarda vuol dire entrare in un tempo senza tempo. Vedere il fondersi del costruito dall’uomo (quando il cassero venne smantellato le pietre furono riutilizzate per costruire le case del borgo stesso) con ciò che ha costruito la natura: dalle vette del Pratomagno, alle sorgenti del torrente Ciuffenna.

Arrivare oggi a Rocca Ricciarda, in inverno, magari, vuol dire camminare tra vicoli vuoti e silenziosi. Guardare porte e finestre sprangate ma immaginare e capire perfettamente la vita di chi ha vissuto, abitato, lottato per far esistere un luogo tanto impervio quanto affascinate. Un borgo che può apparire vuoto ma le fatto sempre da persone che vi sono nate, che vi abitano (pochissime), che lo frequentano. Persone dal granitico orgoglio di appartenenza ad un luogo unico che, proprio da quell’orgoglio e dalla dignità di chi nei secoli lo ha vissuto, sarà per sempre immortale.

E sono proprio i piccoli borghi “fantasma”, apparentemente vuoti, abbandonati, quelli che hanno lasciato le loro indelebili impronte nella storia e quei fantasmi riescono, ancora oggi, ad incuterti la soggezione per quella storia che finisce per intrecciarsi con la tua e segnarla, in qualche modo. Come fino a cinque decenni fa gli zoccoli dei muli o le impronte dei piedi segnavano il cammino di chi voleva arrampicarsi fino a queste case che furono, un tempo, un castello inespugnabile.

Rocca Ricciarda: dove anche i

Rocca Ricciarda: dove anche i "fantasmi" hanno un passato da raccontare e un futuro da vivere

Fino a poco meno di cinquant’anni fa non c’era nemmeno la strada. Solo a piedi oppure a dorso di asini e muli potevi arrivare a quel gruppo di case addossate alla roccia, presso le sorgenti di un torrente, che fanno un unicum con la natura che le circonda la quale sembra quasi abbracciarle per proteggerle.

E’ Rocca Ricciarda, (abbiamo sconfinato questa settimana e siamo andati fino in provincia di Arezzo, ma tanto siamo in zona gialla) un piccolo borgo con una storia importante da raccontare. In antico, infatti, era caratterizzato da una rocca (da qui il nome) circondata da mura sulla parte che guarda a valle e collegata ad una torre a nord, sul lato che guarda l’imponente montagna.

Il fondatore della rocca fu Guicciardo da Loro (da qui il resto del nome del paese) vassallo dei potenti Conti Guidi (proprietari, tra le molte aree di influenza, proprio di gran parte del Casentino e del Valdarno). Ai Conti Guidi (che affidarono la gestione di questa zona alla famiglia a loro fedele) la podestà sul castello fu concessa attraverso due diplomi: il primo emanato da Arrigo VI nel 1191 e l’altro siglato da Federico II nel 1220.

Per un luogo così sperduto, ma strategicamente importante in questo versante, la storia è davvero complicata. Entrata nelle lotte tra i Conti Guidi e Firenze ne 1293, Rocca Ricciarda, passò sotto il dominio di quest’ultima alla quale venne tolta, nuovamente, nel 1316, quando il Conte Aghinolfo, figlio di Guido Pace, lo vendette alla famiglia dei Pazzi. Da questi passò, sempre per vendita, nel 1329, alla famiglia mercantile dei Ricasoli ed in questo passaggio di proprietà bisogna ricercare, probabilmente, il motivo per cui la rocca riuscì a sopravvivere nei secoli alla decadenza della potenza guidinga. Nel 1379, gli abitanti di Rocca Ricciarda giurano fedeltà a Firenze e all’inizio del secolo successivo, la frazione è annoverata ancora tra i beni dei Ricasoli. Fra il XV e il XVI secolo il borgo perde di importanza per la famiglia tanto che uno dei proprietari, Giovanni di Carlo di Granelli Ricasoli, dichiara nel 1480 di averne più “spese che ricavi”. I Ricasoli lo mantennero comunque fino al 1777 quando divenne proprietà diretta del Granducato Toscano.

Arrivare oggi a Rocca Ricciarda vuol dire entrare in un tempo senza tempo. Vedere il fondersi del costruito dall’uomo (quando il cassero venne smantellato le pietre furono riutilizzate per costruire le case del borgo stesso) con ciò che ha costruito la natura: dalle vette del Pratomagno, alle sorgenti del torrente Ciuffenna.

Arrivare oggi a Rocca Ricciarda, in inverno, magari, vuol dire camminare tra vicoli vuoti e silenziosi. Guardare porte e finestre sprangate ma immaginare e capire perfettamente la vita di chi ha vissuto, abitato, lottato per far esistere un luogo tanto impervio quanto affascinate. Un borgo che può apparire vuoto ma le fatto sempre da persone che vi sono nate, che vi abitano (pochissime), che lo frequentano. Persone dal granitico orgoglio di appartenenza ad un luogo unico che, proprio da quell’orgoglio e dalla dignità di chi nei secoli lo ha vissuto, sarà per sempre immortale.

E sono proprio i piccoli borghi “fantasma”, apparentemente vuoti, abbandonati, quelli che hanno lasciato le loro indelebili impronte nella storia e quei fantasmi riescono, ancora oggi, ad incuterti la soggezione per quella storia che finisce per intrecciarsi con la tua e segnarla, in qualche modo. Come fino a cinque decenni fa gli zoccoli dei muli o le impronte dei piedi segnavano il cammino di chi voleva arrampicarsi fino a queste case che furono, un tempo, un castello inespugnabile.

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