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C’era una volta il tempo d’attesa del Natale. Vissuto in differenti modi secondo l’età che avevamo. L’eccitazione dell’infanzia; la spensierata corsa ai regali e regalini da fare ad amici, amorini, filarini dell’adolescenza; la – a volte defatigante – corsa ai regali veri del tempo della maturità; la – non sempre gradevole – sensazione di far qualcosa di “dovuto”, di convenzionale, di artefatto e, in ultima analisi, di aderire ad un rito un po’ ipocrita contrabbandato come climax di festosità e gioia. C’era una volta la ricorrente deplorazione dello spirito religioso ammazzato dalla mercificazione e dal consumismo.

C’era una volta la scuola che, per Natale, si fermava e lo faceva con un giorno di impaziente attesa: l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze. Poi cominciavano i lunghi giorni del rilassamento, del riposizionamento rispetto allo studio e agli impegni (ma anche, dopo un po’, della mancanza dei compagni di classe che ti accorgevi davvero in quei momenti quanto ti riempivano la vita). Alla Befana, lo stato d’animo era contrastante: si ricominciava il tran tran, ma si ritrovavano gli amici e si ricominciava a ricostruire la quotidianità.

C’era una volta l’appuntamento con i pranzi e le cene tradizionali che, comunque, significavano mettersi intorno a un tavolo con persone amate (non tutte, non sempre, ma molte sì, ma di regola sì) e condividere (magari eccedendo) i pasti rituali con loro.

C’era una volta, per Natale e le feste ad esso connesse, qualche cosa quasi di magico…no: riformulo meglio, c’era qualche cosa di sacrale e misterioso. D’accordo, nessuno (o pochi) ricordano che, nelle case di una volta, la sera del 24 si metteva a bruciare un grosso ceppo d’albero che doveva ininterrottamente restare acceso fino alla dodicesima notte, quella dell’Epifania, e che, se si fosse spento, sarebbe stato un segno di malaugurio. Ma quel rito ci incardinava al tempo sospeso folklorico di quell’universo inquietante, psicologico, archetipico, parallelo al nostro (che ci illudiamo di definire pretenziosamente “razionale” e che invece è solo empiricamente  condizionato dalla limitatezza delle nostre percezioni) e ci faceva avvertire (anche a chi non sapeva niente di radici folkloriche, né di mito) questi giorni come una porta verso un altrove mentale.

C’era una volta tutto questo, ma dovremo saper aspettare pazientemente ancora, prima che un tale contraddittorio coacervo di sensazioni torni a potersi manifestare.

Al momento ci dobbiamo accontentare di quel che passa il convento: un Natale stravolto e stravolgente, mai visto e vissuto prima. Inutile recriminare. Inutile rimpiangere.  Nessun sospiro cambierà le cose; nessun desiderio farà rivivere l’ultimo giorno di scuola; nessun rimpianto ci ridarà quel che avevamo, che magari non ci piaceva del tutto, ma che, ora che non c’è, abbiamo capito quanto l’amavamo. Come spesso capita di renderci conto di quanto abbiamo amato qualcuno o qualcosa, quando quel qualcuno o qualcosa non ci appartengono più. Con Sant’Agostino possiamo solo dire “sero te amavi”, ho capito tardi di amarti.

Si fanno gli auguri per le Feste di fine anno. E allora auguri. Non solo auguri che tutto finisca al più presto, ma soprattutto auguri che, quando sarà finito tutto, il conto e i costi di questo bombardamento delle anime siano meno devastanti di quanto promettono. Auguri che in questo tempo artificiale possiamo aver imparato a guardarci dentro, anche se abbiamo perso il rapporto con la fisicità. Auguri che, quando poche sono le persone con cui poter parlare, abbiamo capito l’importanza della parola. Della parola, non della chiacchiera senza contenuto. Ho trovato un’amica, qualche giorno fa, che con le lacrime agli occhi mi ha detto che sta dimenticando le parole perché vivendo da sola non parla mai con nessuno e le si stanno smaterializzando i vocaboli. Auguri di riuscire a resistere a questo. Io (perdonatemi: questa volta mi permetto il lusso di parlare in prima persona) io, dicevo, ho imparato a leggermi, nei miei momenti di solitudine, ad alta voce brani che amo. Forse non è stata la migliore delle idee, quella avuta ieri, di leggermi ad alta voce la conclusione di “Agonia di Natale”, opera di un giovane Franco Fortini, ma non importa. Auguri a tutti di fare la stessa cosa o di escogitare qualche altro succedaneo del colloquio per sconfiggere le solitudini.

Buone feste, miei affezionati dieci lettori. A voi e ai vostri cari. Buone feste Siena, bastarda, adorata piccola patria sempre nel cuore, terra dove corre il pensiero di chi resta o cresciuto da lei se ne allontana (Luzi, sempre tu, immenso cantore di dolorose dolcezze). Buone feste. Ce la faremo? Ce la dobbiamo fare. Mi raccomando: controllate il ceppo nel camino. Che non si spenga fino alla dodicesima notte.

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