Hanno ragione, è vero. Suona quasi blasfemo lamentarci per essere costretti a starcene da soli a Natale e feste annesse, mentre in un solo giorno si registrano mille morti e gli infettivologi paventano una terza ondata pandemica da gennaio, forse anche più ruvida delle altre due. La misura adottata è prudente e probabilmente non si poteva fare diversamente, a voler essere responsabili, in questa affannosa ricerca della soluzione migliore da adottare, che migliore non è mai e che tutti non può accontentare, ma la bacchetta magica chissà dove è andata a rifinire, che non si trova mai quando ce n’è di bisogno.

Tuttavia, non ci si sottrae al senso di amarezza nel dover prendere atto che, no, quest’anno non ci saranno le (tanto vituperate, a parole) tavolate di parenti che, con il loro surplus di posticcia allegria forzata e di affetto ipocrita, costituivano comunque un appuntamento che, alla fin fine, riconciliava, almeno per qualche giorno o qualche ora, con la voglia di stare insieme.

Saremo soli. Saranno soli gli anziani che non potranno partecipare, quest’anno, al rito dei regali ai nipotini piccini, della bustarella a nipoti più grandi, dello scartamento di reciproci pacchetti pieni di inutili e magari costose cianfrusaglie di pessimo gusto, di inindossabili maglioni, di imbarazzanti sciarpe, di cravatte dalle fantasie e colori infami. Non faremo brindisi con quello spumante scadente che non abbiamo mai potuto strozzare, ma c’è sempre e solo quello e allora va bene così; non ci lamenteremo perché ci hanno fatto mangiare troppo; non ci alzeremo da tavola con lo stomaco in fiamme e il rimorso di aver ingurgitato inutili calorie e il fermo (ma di che?) proposito di non farlo l’anno venturo. Ci sarà risparmiata tutta la superfetazione (mai troppo biasimata) consumistica delle feste di fine anno.

Quanta nostalgia: chi lo avrebbe mai detto?

Lo scenario urbano, del resto, è consono, come in un mediocre romanzo o film in cui l’ambiente esterno deve essere citazione dello stato d’animo interno. Ci aggiriamo in una città dagli aspetti stralunati, semivuota, dimessa e semidismessa, con negozi chiusi, ma dalle vetrine illuminate e aggiornate, paradossalmente invitanti e in attesa di clienti, che evocano un distopico quadro di città fantasma uscita dalla fantasia di Poe o di Lovecraft.

Per la prima volta, almeno, non si sono levate (o quasi) critiche per gli addobbi natalizi, un tema che negli anni passati scatenava furibonde risse verbali che, in confronto, una duecentesca disputatio fra un eretico cataro e un domenicano era un cinguettio. Sono riusciti (mitici) a rizzare casino a Venezia, per l’albero di Natale digitale di Fabrizio Plessi, in Piazza San Marco: un gioco di luci e forme che cambia colore in interlocuzione con il cielo, l’acqua e la terra. Un’opera d’arte sensibile e intelligente che in molti hanno rubricato sotto “bel troiaio” (non so come esprimano questo concetto in Veneto). Poi dicono che siamo noi senesi che non ci va mai bene niente.

I poveri, sparuti, disgraziati addobbetti nostrani sballonzolano e riddano (non danzano) scompostamente nel vento di questi giorni con l’aria di non aver capito quale è la loro funzione. Perfino le idee piacevoli riescono, a tutta prima, a inquietare: passavamo per il Corso, sere fa, e all’improvviso abbiamo sentito una musica (anche dolce e bella) invadere la strada senza che si fossero notati i diffusori. E la sensazione di serenità è arrivata per seconda, preceduta da una scarica di adrenalina e dalla tentazione di guardare se da qualche parte usciva un inquietante personaggio con la maschera di Guy Fawkes, che invitasse, come V con Evey, da un alto terrazzo sospeso sui tetti, al concerto per Madame Giustizia e al climax dell’ouverture di “1812”, l’emozionante sinfonia di Pëtr Il'ič Čajkovskij.

Col cielo illividito dalla pioggia che per ora non accenna a voler smettere, si aspettano i giorni più corti dell’anno, quelli che, una volta (“una volta”! Pensate: un anno è già diventato, nella percezione e nel  narrato, “una volta”), evocavano intimità, tepore, contatto, condivisione complice con chi si ama e dimensione di rasserenante e struggente raccoglimento, mentre ora traducono solo buio e solitudini.

Si aspettano i braccialetti delle Contrade, elemento di luce e di speranza, ma, indubbiamente, anche amaro sospiro per un Palio che manca e che continuerà a mancare.

Facciamoci coraggio e stringiamo i denti. Dovrà passare anche questa, anche se per ora è dura. Se non ci ammazza il Covid o, più probabilmente, la tristezza, quando saremo (sarete: personalmente, già dato) vecchi ne avremo da raccontar. (Chi scrive sta pensando che è stata una pessima idea quella di rileggere, in questi ultimi giorni, “La Peste” di Camus).

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