Un amico mi manda un suo libro, uscito a ridosso del lockdown. Bello. Argomento interessante e lavoro ben fatto (l’amico in questione è uno studioso di confermato valore). Sarebbe il caso di presentarlo, ora che sono finiti sia il lockdown sia il periodo di ferie e vacanze che lo ha seguito a ruota.

Sconcerto. Sì, ma dove? Lo stesso sconcerto che ho avvertito nell’amico editore, alcuni giorni fa, quando gli ho fatto notare che un titolo che aveva appena pubblicato meritava, a mio parere, di essere presentato al pubblico e discusso. Sì, ma dove? mi ha risposto.

Fra le vittime collaterali del distanziamento imperativo c’è di nuovo la cultura. Le presentazioni di libri, le conferenze  e le esposizioni (parlo di quelle in piccole gallerie) che costituivano appuntamenti importanti, occasioni di conoscenza, acquisizione di interpretazioni, in poche parole, crescita culturale; questi eventi, dicevo, sono ormai problematici. Finché è durata (e dura) la stagione buona si possono utilizzare spazi all’aperto: il Bastione San Domenico della Fortezza, ad esempio, è stato teatro di presentazione di libri e di altre iniziative culturali, con risultati anche gradevoli. Gente che ascoltava seduta, magari godendosi uno spritz; gente che, di passaggio e di passeggio, si soffermava incuriosita; un virtuoso mix fra svago e acculturazione.

Ma ora che la stagione buona va verso la sua conclusione, soluzioni come questa (e altre simili a questa) non sono più praticabili. E inevitabilmente questo porterà a rarefare le occasioni di incontro culturale, di conoscenza di autori e opere che, in epoca pre-Covid, avevano affollato la agende di chi partecipa abitualmente a questo genere di eventi. Sembra quasi un bel ricordo da rimpiangere il tempo in cui c’erano due, a volte tre (o – è successo - perfino di più) eventi nella stessa giornata e alla stessa ora; non ci avremmo creduto, se ce lo avessero detto, che quegli smoccolamenti perché non si sapeva se andare di qua o di là; se ad ascoltare la conferenza o la presentazione di libro, o a vedere la vernissage, li avremmo rimpianti. Eppure sarà così: dovremo rimpiangerli perché spazi tali da accogliere eventi che, in qualche caso, risultavano anche molto affollati, non è facile trovarli. Né è pensabile di svolgere queste attività, poniamo, a dicembre o a febbraio, all’aperto, intabarrati in sciarpe e cappotti, perché ci informano dalla regia che le polmoniti e le influenze (anche non necessariamente “coviddate”) non sono state abolite con un DPCM.

In realtà spazi coperti anche ampi ci sarebbero: non tali da permettere l’assembramento selvaggio, ma utilizzabili a norma di distanziamento sì. Ce ne sono di pubblici e di privati. Il fatto è che venivano (e vengono) concessi (legittimamente e giustamente, sia ben chiaro) a pagamento. Per di più, nell’attuale situazione, una volta concessi, avrebbero necessità di sanificazione. Il che significa costi aggiuntivi, per cui la spesa per un locale che consenta, comunque, a qualche decina di persone “mascherinate” e distanziate, di essere presenti ad un evento diventa dissuasoria.

Quindi rassegniamoci. Presentazioni di libri col contagocce; conferenze in dosi pediatriche; vernissage da remoto. Quando in passato raccontavo a non senesi, quel che accadeva con le sovrapposizioni di eventi, inevitabilmente mi veniva chiesto: ma quanti abitanti fa, Siena? E, alla cifra di risposta, altrettanto inevitabilmente registravo un’espressione in modalità occhioni da rospone e il commento: e una città così piccola fa tutte queste attività culturali? La contro-risposta onesta e realistica era che, certo, non tutti gli eventi erano della stessa qualità; che di alcuni se ne sarebbe potuto benissimo fare a meno; ma, in conclusione, che – sì – questa piccola città avrà tutti i difetti del mondo, ma ha anche un nerbo non piccolo di persone che, alla cultura, ci tengono.

Ora come ora, questa gente resterà a casa. Ora come ora, di un bel libro non si parlerà più pubblicamente. Ora come ora, una bella conferenza di uno studioso non la ascolteremo più. Sottrazioni. Ancora sottrazioni.

A meno che.

A meno che si capisca che anche queste attività rientrano fra quelle da proteggere e da aiutare, sostenendole anche tramite accordi fra soggetti promotori, enti e privati. Certo: una cosa del genere non si impianta da sé. Ci vuole chi si assume la responsabilità di politica culturale per cercare di costruire una rete virtuosa che consenta una prosecuzione (necessariamente e inevitabilmente meno alluvionale e più selettiva che in passato) di questo tipo di eventi che fanno la ricchezza immateriale di una città.

Sennò il nostro amico Covid-19 avrà fatto altri danni. Meno vistosi di altri e meno economicamente rilevanti, ma non per questo meno devastanti.    

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