(attenzione! post lungo: astenersi disinteressati, pigri e frettolosi)

Ormai è chiaro: il centro di Siena (in particolare l’area Piazza del Campo – Piazza del Mercato – zona Torre) è il nuovo teatro di violenze e di guerra di bande di minorenni. Inutile cercare di edulcorare la verità: non si tratta più di bravate  che, da ragazzi, più o meno tutti si son fatte, complice la stoltezza della giovane età. Non siamo in presenza di “suonare-i-campanelli-e-scappare-4.0”, perché quello che succede è ben più inquietante.

Atti di vandalismo grave, spaccio di droga, aggressioni a coetanei e a maggiori, estorsioni, piccole o meno piccole che siano. Il tutto coronato da atteggiamenti di provocazione verso singoli, gruppi e residenti, e da sfrontata, sbeffeggiante indifferenza nei confronti della forza pubblica.

Queste non sono bravate adolescenziali; questa si chiama microdelinquenza. Tanto più perpetrata nella consapevolezza di essere, in quanto minorenni, soggetti più tutelati, più difficilmente perseguibili e punibili di altri. Chiamiamola con il suo nome e, per favore, risparmiateci zuccherosi e compassionanti paternalismi. Non sono né opportuni, né graditi, né ricevibili.

Comune, Questura, Prefettura non sono stati insensibili al grido di dolore che da tanta parte del quartiere si è levato verso di loro. E’ stato un coro di “bisogna”, “occorre”, “è necessario”. Bene, ma ora, permettetemi, ci aspettiamo (e in tempi rapidi) la parte attuativa dei “bisogna” e degli “occorre”.

C’è da fare operazione di rieducazione. Sì, lo sappiamo da soli. Ma l’opera di rieducazione non si fa da un giorno all’altro: quando sarà compiuta, questi delinquentelli saranno adulti (e si spera ormai con la testa a posto). C’è da chiamare i causa le famiglie. Sì, lo sappiamo da soli, ma qui si impone un progetto.  Chiamarle come? Alcune famiglie sono del tutto all’oscuro di quel che fanno i figli. Male: ma le si informano. Altre lo sanno benissimo, ma non hanno né capacità né volontà di intervenire. Peggio: nei confronti di queste (che il confronto con i figli l’hanno bell’e perso e al loro ruolo di agenti educatori hanno già abdicato) occorre intervenire in altro modo. E’ lecito chiedere a chi di dovere “come” si intende farlo; con quali tempi; con quali strumenti. Multe, chiamata di correo, responsabilità oggettiva si è risposto. Bene: possiamo vedere realizzato qualcosa di chiaro, di non puramente enunciativo, in tempi rapidi, su questo versante?

E poi: ci sono famiglie che hanno altrettanti e più problemi dei loro pargoli microdelinquenti, è stato anche detto. Giusto, purtroppo. Ma nei confronti di queste, possiamo sapere in quale modo e in quali tempi Comune, Prefettura, Questura, Strutture Sociali si muoveranno? Non c’è dubbio che questo è il punto più complesso e dolente, perché è il bubbone infetto del problema (che Siena pensava di aver del tutto bypassato: chissà perché?) delle “periferie”. No, non intendo le periferie in senso urbanistico, che non c’entrano niente; intendo le periferie sociali, che possono essere tali anche se si abita, poniamo, in via di Città.

Questo è il vero cantiere di sfida. Che non si risolve con i “bisogna” e “si deve”, ma con il “che cosa facciamo subito e come lo facciamo”.

E che è cruciale, perché, dopo che per qualche giorno si saranno fatte passare un po’ di dissuasorie volanti in Salicotto o in vicolo della Fortuna o in Piazza del Mercato, poi, le presenze delle divise si rarefaranno (com’è andata a finire con quella ridicola strullata del vigile di quartiere, che infatti è durato quanto un gatto in autostrada). Queste sono risposte immediate ineliminabili, certo: ma lasciatemele definire anche teatrali, dimostrative, effimere e, in ultima analisi, inutili. La gente  crederà che sia tornata la normalità, e tanto basterà perché calino tensione e attenzione, ma poi tutto ricomincerà da altre parti. Perché se la microdelinquenza si sposta da Salicotto a una piazza anonima dell’Acquacalda, o di dov’altro vi pare, non s’è risolto niente. Si è solo cambiato location, ma il film è lo stesso.

Fare cose concrete, che risolvano strutturalmente, e farle presto. Insisto su quest’ultimo concetto perché quello che si sta profilando  (dopo le reazioni a episodi di alcuni giorni fa) non mi piace nemmeno un pochino.

Si è affermata una cosa giusta: il territorio del Centro si preserva anche riappropriandosene. Cittadini, gestori, Contrade lo “occupino” con iniziative e attività, e sarà un modo per bonificarlo. Perfetto (al netto di quel che ho appena detto sullo spostamento altrove delle attività illecite, che comunque non si risolve così), ma tutto sta a capirci.

Il ruolo delle Contrade è fondamentale. MA. Ma purché resti nell’ambito delle prerogative di uso del territorio da parte delle Contrade stesse. Che NON implicano la sostituzione dei contradaioli ai soggetti istituzionalmente preposti al mantenimento dell’ordine. Lo so anche io: la frase “ci vorrebbe un bel gruppo di bordelli di Contrada che gli carica una bella crognolata nel capo e vedi se smettono e se ne vanno” è adrenalinica, ma è una risposta di pancia. E’ un’idea tanto pittoresca quanto sciagurata. La Contrada, storicamente, ha sempre “gestito” il territorio, sì, ma in termini di vigilanza e di controllo sociale, non di improvvisato squadrone di polizia “de noantri” o di ronda minacciosa. La Contrada non è la Polizia, né deve esserlo. Se qualcuno fosse tentato di andare in questa direzione, sappia che tale strada porta dritta dritta (per lui) davanti al bruttissimo palazzone di cemento armato alla Lizza.  A Siena, una Magistratura occhiuta e superciliosa non esita  a mandare sotto processo per rissa aggravata qualche decina di contradaioli che se le danno per passione paliesca. Che cosa succederebbe in un caso del genere? Non ci vuole il Mago di Brozzi, per capirlo: sarebbero bell’e pronti gli avvisi di reato, le convocazioni in giudizio e i titoli dei giornali nazionali su le Contrade squadriste, le ronde contradaiole, i senesi violenti.

Meglio evitare? Che ne dite? Come diceva San Filippo Neri ai suoi ragazzini indocili, “State buoni, se potete”. E anche se non potete, DOVETE.

Le Contrade facciano (e possono fare molto) tutto quello che è nelle loro prerogative, ma mi sia consentito, contestualmente, chiedere ad alta voce che chi ha prerogativa di fare altro, di fare ciò che è doveroso fare, lo faccia. E non a chiacchiere. Sentirci dire che a Scampia (per continuare con questo abusato e fastidiosamente  semplicistico paragone) c’è di peggio è oltraggioso. Se è per questo, a Caracas c’è peggio di Scampia: ma che ragionamento è? Sentirci dire (e si è sentito anche questo) che è difficoltoso intervenire verso questi soggetti è frustrante. Certo che è difficoltoso: ma che ragionamento è? Ci siete a posta – chi di dovere - per risolvere le cose difficoltose. Per quelle semplici ogni bischero è capace.

Basta retorica, basta esplicitazioni di buone intenzioni, basta provvedimenti-tampone dimostrativi e inutili. Si elabori un progetto sociale complessivo (perché questo – questo! - serve). E lo si metta in atto.

A Scampia ci sarà anche di peggio, non dico di no: ma Siena non vuole essere (nemmeno da lontano) la citazione di Scampia.

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