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E poi ce n’è un’altra di vittime dell’epidemia di Covid19. Questa passa inosservata; fa meno scalpore del crollo del PIL che ormai sta quasi raggiungendo quota -13; è oggettivamente meno drammatica rispetto al numero di persone i difficoltà lavorative; è più silenziosa del fragoroso crollo del turismo che sta azzoppando l’indotto in termini di servizi al viaggiatore.

Ma è una vittima il cui conto pagheremo a breve scadenza. E può darsi che qualcuno lo ritenga un conto meno disastroso di altri, ma quel qualcuno si sbaglia di grosso.

Abbiate pazienza e seguitemi ancora un minuto.

Nel nostro ineffabile Paese si sono riaperte le discoteche (bene) che spesso presentano un fittucchiume pauroso (meno bene); si sono riaperti gli esercizi di ristorazione (per fortuna!), alcuni dei quali col cavolo che fanno rispettare le distanze di sicurezza fra i commensali (sabato sera mi sono fatto un giretto per la città all’ora di cena: c’erano tavoli all’aperto in cui la gente mangiava poco meno che uno in collo all’altro, e giuro che non esagero). Si è permesso che i giovani vivano la loro movida (scelta saggia), anche se non si dice bau quando questa diventa un assembramento senza un minimo di precauzione (scelta scellerata), o magari si lascia la responsabilità di tutto ai soli gestori (scelta infame).

Ma c’è un settore nel quale le disposizioni anti-contagio vengono ancora applicate con un rigore che farebbe trasecolare un Hegel dei nostri giorni.

Nei luoghi deputati alla ricerca le regole sono ferree e superciliosamente applicate. Nelle biblioteche si accede (e solo da poco tempo a questa parte) contingentati; ovviamente le parti in open access col cavolo che sono ancora open: i libri ve li danno unicamente su richiesta. Ma nemmeno tutte sono interamente fruibili: la comunale, per esempio, è utilizzabile con tempi e accessibilità ridotti per la sola consultazione di manoscritti e volumi particolari. Il resto è ancora (né può essere diversamente) off limits.

Gli archivi, poi, peggio mi sento. In Archivio di Stato si va su prenotazione; si ha disponibilità solo di pochi pezzi, precedentemente richiesti; il pezzo che avete usato, quando lo avete restituito, va in “quarantena” per un certo tempo, sigillato in una protezione isolante, perciò, se non avete letto bene il documento, non pensate di tornare (come di norma si faceva) il giorno dopo o una settimana dopo a riguardarlo, perché i tempi per ridisporne si dilatano.

Sia ben chiaro: questi non sono capricci di bibliotecari o archivisti isterici. Sono norme nazionali che i funzionari e il personale (come doverosamente son tenuti a fare) applicano con rigore.

Eccola qua la vittima nascosta e post-datata del Covid19: la ricerca.

Si sono bloccate tutte le ricerche originali, quelle basate su documenti inediti e su bibliografia specifica che non si trova in rete, ma deve essere consultata nelle biblioteche specialistiche. I dottorandi di ricerca nelle università italiane sono con le mani nei capelli perché i loro lavori sono bloccati del tutto o vanno avanti a passo di lumaca o devono essere rimodulati secondo altre basi perché i materiali per portarli a termine non sono accessibili. In compenso, siccome i dottorandi godono di una borsa di studio per gli anni del loro dottorato, devono comunque chiudere i lavori secondo le vecchie scadenze perché il Ministero non ci pensa nemmeno a pagare la prosecuzione delle borse e concedere il congelamento dei tempi di ricerca.

Non pensiate che questo riguardi solo quei disutili billocconi che si occupano di futili discipline umanistiche, perché riguarda anche  la ricerca scientifica.

E questo sarà un altro bel chiòcco sul capo della ricerca italiana che, già da tempo, arrancava faticosamente cercando di inseguire i livelli dell’estero e che ora accumulerà ritardi che nemmeno un regionale su una tratta a binario unico.

In compenso, almeno, i giovani aspiranti ricercatori avranno più tempo per andare in discoteca.

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