Giorni fa Francesco Burroni ha di nuovo spezzato una lancia per il povero, derelitto monumento all’Indipendenza, opera di Tito Sarrocchi, confinato (quasi per un medievale bando) fuori dalle mura, in mezzo a un’aiola a San Prospero.

Dico “di nuovo” perché Burroni non è la prima volta (e nemmeno la seconda e nemmeno la terza) che richiama l’attenzione su questa scandalosa situazione. Sì, possiamo fare un sorriso sul fatto che ogni suo appello ricorda che la modella del monumento era la sua bisnonna (ma poi che c’è da sorridere? aveva una bisnonna proprio bella e ne va giustamente fiero; ha dato il volto all’Indipendenza e ne va legittimamente orgoglioso), ma non possiamo esimerci dal constatare che ogni appello (suo o di altri che ne hanno fatti di simili) è rimasto regolarmente lettera morta e che lo sconcio artistico rimane.

La statua non meriterebbe quella mortificata collocazione nemmeno se fosse opera di un modesto scalpellino: personalmente detesto dal profondo del cuore la storia raccontata con i monumenti (e guardo con un mix di inquietudine, scoramento e amaro “lo sapevo” all’attuale, insensata, idiota furia iconoclasta che scopre, giorno per giorno, un “eroe” monumentalizzato da tirar giù dal piedistallo. Poveri sciocchi, studiate la storia prima di costruire monumenti e prima di tirarli giù); detesto la storia monumentalizzata, dicevo, i busti, gli arcigni sembianti, le pose roboanti iscritte nel marmo, ma ci sono simboli che, monumento o no, hanno un senso. L’Indipendenza e l’Unità del nostro Paese sono uno di questi simboli, e allora, se all’indomani del Risorgimento, Siena decise che una piazza e una statua dovevano ricordare lo snodo della nostra storia di italiani, quella decisione deve essere rispettata. E non la si rispetta se si retrocede un’opera d’arte a arredo da giardino (le ci mancano intorno i sette nani, ma l’effetto è quello) in un’insulsa aiuola fuori vista dietro la fortezza. E’ un insulto alla Nazione.

La realizzazione del Sarrocchi rimase in quella nella piazza per decenni, poi, però, non ci giravano i tram e fu esiliata, ma dopo che il problema traffico è tramontato, tutto è rimasto come prima. Volta per volta, qualche assessore a qualche cosa ha immaginato di riqualificare il sito nei modi più fantasiosi (ricordo uno, del quale non farò nome per non creare polemica inutile, che ci voleva fare un mercatino dei fiori: evvabbeh…), ma ora come ora, a parte qualche sporadica esibizione di qualche gruppo musicale in estate, il vacuo archivoltone con i suoi tre busti appiccicati a mezza parete, serve solo ad ospitare “96 ore di Palio” due volte all’anno (e  almeno a quello, per fortuna, serve).

Intanto la bisnonna del Burroni, nelle marmoree vesti di Indipendenza d’Italia, consuma la sua vita in pieno degrado, dal quale non la salvano le occasionali e parziali ripuliture, destinate a durare lo spazio di poche stagioni.

Più d’uno, in passato, ha reclamato giustamente attenzione dalle amministrazioni comunali precedenti, con risultati zero. E’ lecito e legittimo chiedere che questa amministrazione, che si è presentata alla città con un programma di radicale svolta rispetto al passato, lo dimostri anche in un nuovo, più sensibile atteggiamento verso un’opera d’arte che è un simbolo di unità nazionale e un manufatto di pregio di un grande artista.

E a proposito di manufatti di pregio di grandi artisti: la stessa sorte della statua del Sarrocchi l’ha subita un’opera d’arte che (anche se non da tutti è stata capita e se molti l’hanno sfottuta) non è di valore minore. Decenni fa Siena ospitò le opere di Toni Cragg, scultore inglese nato nel 1949. Il Comune ne acquistò una:  la “pera”. Apriti cielo! già con quel nome, una pera! si erano buttati via soldi per una porcheria come quella! e che roba era? più che una pera sembra una mega cag..a di un gigante! bella roba! E via polemizzando.

Non fregava a nessuno che Cragg fosse già allora uno dei più grandi scultori viventi, che le sue opere fossero già allora nei principali musei del mondo, che la sua estetica dialoghi con la biologia, che le sue forme volutamente scompongano e liquidizzino la pesantezza e la rigidità della materia come se fosse riflessa su un mosso specchio d’acqua. Lo scorso anno a Boboli c’è stata una sua esposizione della quale ha parlato mezzo mondo.

La scultura, all’epoca, per la verità, fu posizionata nel punto più stupido in cui poteva essere messa: davanti all’ingresso del liceo a Sant’Agostino, dove creava problemi a mai finire al traffico. E allora fu esiliata: negli Orti del Tolomei, dove da anni è confinata in mezzo all’erba, ricetto di scritte e disegnacci dei soliti writers la cui sensibilità estetica si limita all’imbrattamento/imbruttimento fine a se stesso.

Anche in questo caso gli appelli sono caduti nel nulla. Sono andato a trovarla stamattina: non sta male, per la verità. Le erbacce che la ricoprivano sono state rimosse, le scritte e le imbrattature sono state un po’ cancellate, ma in certe parti si vedono ancora, e ancora deturpano. In compenso ce ne ho trovate alcune nuove di pacca, fatte da non tanto tempo: datele tempo e sarà debitamente vandalizzata di nuovo. Peraltro, è lì in mezzo a quattro olivi, senza che uno straccio di indicazione dica di che cosa si tratta. Davvero come se un gigante di pietra si fosse appartato fra gli alberi defecando e lasciando quella strana deiezione.

L’arredo urbano è un elemento importante per la vivibilità di una città: arredo urbano significa anche valorizzare quel che di artistico già c’è e trovare alle opere d’arte la collocazione adatta. Che non è un’anonima aiola di San Prospero, né un ascoso ricetto altrettanto anonimo fra quattro ulivi.

Lo abbiamo detto altre volte. Senza successo. Proviamo di nuovo: magari saremo più fortunati.

Intanto, Francesco, porta un golfino alla bisnonna perché lì, la sera, fa guazza e anche lei, po’ra donna, ormai ha la sua età.

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