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Ce lo ricorderemo, questo periodo infernale, come “il tempo senza”.

Senza Contrade e senza Palio, cosa che per noi senesi è stato il colpo più grosso. Ma anche senza altro (e il senza altro ci coinvolge sia come senesi, sia come italiani).

Sarà ricordato come il periodo in cui ci è stato tolto il momento socializzante della passione sportiva. Fine del calcio; fine del basket; fine della pallavolo e di ogni altro sport, di squadra o individuale che sia. Quello sport che, ogni domenica, ci portava (tanti di noi)  fuori casa per andare al Rastrello, o al Palazzetto; che ci chiamava non solo per “vedere”, ma per “esser lì” su un gradone a incitare, gioire, soffrire, arrabbiarci, commentare (sempre più o meno a vanvera, ma poco conta), discettare, sdottrinare, sputar sentenze, ma, alla fin fine, a entrare – con queste manifestazioni verbali – in contatto con chi avevamo accanto (magari quella stessa persona con la quale scambiavi un abbraccio per un pallone infilato in rete dalla tua squadra, o una bella schiacciata in canestro del tuo amato campione della palla a spicchi).

Ma proprio dal mondo dello sport viene un segnale che è, al tempo stesso, normalizzante e inquietante. Al momento in cui scriviamo, nulla di definitivo è stato deciso per quanto riguarda la ripresa del campionato di calcio di serie A. Però – è cosa da tutti conosciuta – è un’ipotesi che non viene esclusa: anzi, ieri il “Corriere della Sera” parlava di una probabilità vicina al 99,9%. Solo la serie A. Ovviamente a porte chiuse, ma la serie A potrebbe riprendere.

Il segnale è un indice di ritorno al normale che consola; ma è anche ben chiara dimostrazione che, nel caso della massima serie di calcio, tanti e tali sono i risvolti milionari che ci sono dietro, da indurre a tentare una rocambolesca  ripresa del campionato con tre partite alla settimana, in stadi deserti (mi sto figurando la partita nel Meazza, a San Siro: poco meno di 80.000 posti – più della popolazione di tutta Siena - VUOTO . O all’Olimpico, o al San Nicola. Una scena che nemmeno in un film di fantascienza), ma debitamente accessoriati di ripresa televisiva da seguire su canale a pagamento.

Certo: il calcio di serie A non è milionario solo in termini di ingaggio dei giocatori: è un’industria con un indotto e  fatturato complessivo da ricaduta sul PIL. E quindi, come tutte le grandi industrie, è logico (di più: è giusto) che riapra.

Tuttavia, questo infame periodo ci avrà tolto ogni residuo (ed erano proprio pochini quelli rimasti) di illusione che lo sport fosse TUTTO un fenomeno sociale e corale.

Quello di dimensioni più piccole, sì, certo. La serie B, ma soprattutto le piccole, neglette (e tuttavia tanto piene di passione locale) serie C e serie inferiori sono espressioni di uno sport ancora sociale. E, alla fin fine, perfino il basket, che nel nostro Paese è ancora anfibio e, tutt’al più, sta al calcio di serie A come una media azienda sta alla grande industria.

L’altro, ahimè, che ci sia o non ci sia il pubblico è lo stesso. The show must go on e così sia. Ma il “tempo senza” ci ha certificato che questo sport può ormai essere in tutto assimilabile a un pacchetto video che abbia come contenuto film, tele-serie, fiction, documentari o quel che vi pare.

Tutto, insomma, fuorché la sociabilità condivisa.

Quella ritornerà, dove ritornerà,  quando la domenica pomeriggio, tutti gli stadi torneranno a riempirsi. E quando, personalmente, potrò tornare al Rastrello a smadonnare per un gol sbagliato o una rete subita, e ad abbracciare la cara, coetanea e anziana come me, amica Anna del Bruco, che ha il posto accanto al mio e alla quale devo tutte le volte spiegare quando era fuorigioco perché lei non lo sa riconoscere.

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